lunedì 30 novembre 2009

Una notte di luna, 400 anni fa

Il 30 novembre 1609 segnò una data-chiave per il mondo scientifico. Non accadde nulla di particolare, né nulla di interessante venne scoperto. Fu solo la sera in cui un uomo si mise davanti al cielo stellato, prese un modernissimo strumento da lui inventato, un tubo alle cui estremità erano fissate due lenti, e si mise così a osservare l’immagine ingrandita della Luna.

Quello strumento, naturalmente, era il cannocchiale, quell’uomo era un professore di matematica a Padova, Galileo Galilei. Nei mesi seguenti fece grandi scoperte astronomiche: la presenza di mari e monti sulla Luna, la natura stellare della Via Lattea, i quattro satelliti di Giove. Il 13 marzo del 1610 le annunciava al mondo pubblicando il “Sidereus Nuncius”. Quello stesso anno, trasferitosi su invito del granduca Cosimo de’ Medici allo Studio di Pisa, la sua città, scoprì ancora le anomalie di Saturno, le macchie solari e le fasi di Venere. Galileo si convinse che la teoria copernicana era corretta e che la Terra gira intorno al sole, stella fissa, e non viceversa. Lì cominciarono i suoi guai con gli ambienti universitari e teologici che lo avrebbero portato alla denuncia come eretico nel 1615 e all’abiura del 1632.

Ma quella fredda notte di luna del 30 novembre di quattrocento anni fa Galileo era là a osservare con entusiasmo e ad annotare sul quaderno le sue considerazioni, ben conscio, come scrisse nel “Saggiatore”, che “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere, se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”.

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LA FRASE DEL GIORNO
La Scrittura non può errare; potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno dei suo’ interpreti ed espositori, in vari modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole.
GALILEO GALILEI, Lettere, a Benedetto Castelli, 21 dicembre 1613

domenica 29 novembre 2009

Come sempre il vivere

GIUSEPPE UNGARETTI

ULTIMI CORI PER LA TERRA PROMESSA, 1

Agglutinati all'oggi
I giorni del passato
E gli altri che verranno,

Per anni e lungo secoli
Ogni mattino sorpresa
Nel sapere che ancora siamo in vita,
Che scorre sempre come sempre il vivere,
Dono e pena inattesi
Nel turbinio continuo
Dei vani mutamenti.

Tale per nostra sorte
Il viaggio che proseguo,
In un battibaleno
Esumando, inventando
Da capo a fondo il tempo,
Profugo come gli altri
Che furono, che sono, che saranno.

(da "Il taccuino del vecchio", 1960)

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È ancora il tempo, tema centrale nella poesia di Ungaretti, a scorrere in questa poesia, il primo dei 27 “Ultimi cori per la Terra Promessa”, nato, come specifica lo stesso autore, “da un breve ritorno fatto l’anno scorso [1951] in Egitto insieme a Leonardo Sinisgalli” e suggerito “in particolare dal paesaggio di deserto della Necropoli di Sakkarah”.

C’è però una diversa visione rispetto ai giorni dell’«Allegria»: lo stupore giovanile e un po’ elementare ora si è mutato in sguardo esperto, vissuto – Ungaretti ha 64 anni quando scrive questo primo coro, e intravede la Terra Promessa, la fine che porrà termine alla sua condizione di profugo del tempo, di esule dell’esistenza.

E dunque, ripensando a questo paesaggio desertico, Ungaretti medita sul viaggio terrestre, sulle memorie e sulle speranze, sui ricordi e sui progetti che sono ancorati sempre all’attimo presente, in questa vita che ci sorprende nonostante tutte le sue novità tanto che non sappiamo dire se essa sia un dono o non piuttosto una pena. Ma comunque, profughi, esuli in questo tempo ci barcameniamo nel breve spazio dei giorni tra ciò che abbiamo compiuto e ciò che potremo fare…

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© Philippe Goessens

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando un giorno ti lascia / pensi all’altro che spunta.
GIUSEPPE UNGARETTI, Il taccuino del vecchio

sabato 28 novembre 2009

Salone del Libro Usato a Milano

A Milano, dal 5 all’8 dicembre, oltre alla tradizionale Fiera degli Oh Bej! Oh Bej!, che anche quest’anno si svolge tra Piazza Castello e il Parco Sempione, c’è una bella e curiosa rassegna negli storici locali della Fiera di Milano, ora Fieramilanocity, con ingresso da Via Scarampo, Porta Teodorico, Padiglione 1.

È il 5` Salone del Libro Usato - Bancarelle in Fiera: un paradiso per gli appassionati di edizioni fuori commercio e rarità ma anche per semplici curiosi e amanti dell’antico e del modernariato: infatti l’ingresso è gratuito. Più di trecento bancarelle, patrocinate dalla Fondazione della Biblioteca di Via Senato e dall’assessorato alla Cultura del Comune: gli espositori arrivano anche dall’Olanda, dalla Francia, dalla Germania e dal Regno Unito. Sarà possibile aggirarsi tra primi numeri delle collane a fumetti, prime edizioni di grandi classici, serie complete di paperback e gialli, raccolte di poesie, libri di fotografia e d’arte, stampe antiche, locandine cinematografiche, libri per ragazzi.

Curiosa l’iniziativa di bookcrossing a lato del Salone: dal 30 novembre al 2 dicembre 5.000 volumi saranno “liberati” in tutta la città con l’invito a scambiare i libri letti: sarà possibile cercarli in Piazza Cavour, Corso Garibaldi, Piazza Piemonte, Corso Vercelli, Piazza della Scala, Corso Genova, Piazza Cinque Giornate, Piazza San Babila, Corso Buenos Aires, Piazza Cordusio e nelle stazioni di Lambrate, Centrale, Cadorna, Garibaldi e Bovisa.

Molte le curiosità del Salone segnalate dagli organizzatori: una vasta raccolta di materiali dedicati alla Rivoluzione Cubana, le “Grandi Voci” della lirica, la locandina-invito della prima mostra di Jannis Kounellis nel 1960, le locandine di 500 film che hanno fatto la storia del cinema, la prima edizione in francese dei “Promessi Sposi” e quella in italiano di “Viaggio al termine della notte" di Céline, la riproduzione commentata dello Stemmario Trivulziano, una Cenerentola olandese del 1942 in tre dimensioni… Non resta che correre in Fiera. Ci sarà tempo anche per una capatina agli “Oh Bej! Oh Bej!”

5° SALONE DEL LIBRO USATO – BANCARELLE IN FIERA

Fieramilanocity, Padiglione 1, Viale Scarampo – Milano Metropolitana: Lotto-Fiera (linea 1 rossa)

Inaugurazione: Sabato 5 dicembre ore 12.00
da Sabato 5 a Martedì 8 dicembre 2009

Orari: sabato dalle ore 12.00 alle ore 19.00
domenica, lunedì e martedì dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Ingresso libero

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LA FRASE DEL GIORNO
Il pregio di un libro consiste o nella sua utilità o nello svago che procura, o in ambedue le cose quando è possibile.
PIERRE CHODERLOS DE LACLOS, Le relazioni pericolose

venerdì 27 novembre 2009

Cos’è la poesia? (XIII)

ALDA MERINI

LA MIA POESIA È ALACRE COME IL FUOCO

La mia poesia è alacre come il fuoco,
trascorre tra le mie dita come un rosario.
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

(da “La volpe e il sipario”, 1997)

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Ecco un’altra delle tante facce della poesia: Alda Merini, la poetessa milanese recentemente scomparsa, canta l’impossibilità di raccogliere tutta quanta la poesia che c’è nel mondo: questa poesia che diventa preghiera e sofferenza e che pure sfugge come sabbia tra le dita. È anche l’incapacità di esprimerla completamente, anche se in realtà la Merini ne ha rivelata molta, e bellissima è l’immagine dell’umile paglia che può rifrangere solo una debole eco del suono, ben lontana dalle grancasse di certi intellettuali. Ma proprio qui sta la grandezza della poesia: nell’emozione del suo dire, nella semplicità del suo apparire, nell’abbassarsi per elevarsi.

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Marcello Bonfanti, “Alda Merini. Portrait of a poetress”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.
ALDA MERINI, Aforismi e magie

giovedì 26 novembre 2009

Il poeta in bicicletta

GIORGIO ORELLI

SULLA SALITA DI RAVECCHIA

Chi è questo che viene, che solo di vista conosco,
con uno spolverino di tinta neutra,
e adesso che spingo a mano la bici mi segue da presso
e prima di giungere in cima all'allegra salita
«scusi» mi fa toccandosi svelto il cappello
di falda severa, «la borsa cade?»

«Grazie, lasciamola
andare dove vuole» dico «tanto, cadendo si avvita
al portapacchi, vede?, dove di certo starebbe
fino l Giudizio Universale. Grazie,
comunque».

E lui: «Lei non conosce me, io svizzero
tedesco, di Zurigo, ma già tanti anni in Ticino,
io testimone di Geova, sa lei
che la fine del mondo è vicina e tutti i capri
saranno separati dai pecori, lei sa?»
«Lo so» rispondo (neri gallini ci guardano
di profilo da un orto, l'acqua che va nel tombino
ciangotta che pare un uccello)
«lo so perché anch'io sono oriundo
dell'aldilà».

(dal “Corriere del Ticino”, 10 ottobre 1996)

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Giorgio Orelli, poeta ticinese nato nel 1921, è stato definito “poeta dell’occasione” per il suo gusto della quotidianità, per l’elevazione a poesia dell’evento che brilla come un puntino di mica nella pietra della trita realtà di ogni giorno. Questa poesia, pubblicata sul “Corriere del Ticino” in occasione dei Mondiali di ciclismo di Lugano del 1996, ne è un esempio calzante: un incontro, mentre il poeta, sceso dalla bicicletta su un’erta salita, la spinge a mano; un testimone di Geova che lo raggiunge e gli parla della fine del mondo. Orelli, che dopo aver praticato a lungo una poesia di stile montaliano, in età più matura si è abbandonato a un linguaggio più giornaliero e dialogato a discapito del verso esatto, gioca sul filo dell’ironia – memorabile quei “neri gallini” che seguono i “capri” e i “pecori” e chiude il breve fraseggio con un epigramma fulminante: allo svizzero tedesco trapiantato in Ticino dice di essere anch’egli un oriundo, non di un luogo, ma della vita. Non è difficile immaginarlo, ormai giunti i due alla fine della salita, inforcare nuovamente la bicicletta e partire lasciando nell’aria quella sua sentenza.

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Alexander Millar, “The dismount”

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LA FRASE DEL GIORNO

Gli uomini possono salvarsi solo fra loro. Per questo Dio si traveste da uomo.
ELIAS CANETTI, La provincia dell’uomo

mercoledì 25 novembre 2009

Povero autunno


GUILLAUME APOLLINAIRE

AUTUNNO MALATO

Autunno malato e adorato
Morirai quando l'uragano soffierà sui roseti
Quando avrà nevicato
Sui frutteti

Povero autunno
Muori in biancore e ricchezza
Di neve e di frutti maturi
In fondo al cielo
Planano sparvieri
Sulle nixi graziose dai capelli verdi e nane
Che non hanno mai amato

Sui confini lontani
I cervi hanno bramito

E quanto amo stagione quanto amo i tuoi suoni
I frutti che cadono e che nessuno raccoglie
Il vento e la foresta che piangono
Tutte le loro lacrime d'autunno foglia a foglia
Le foglie
Pestate
Un treno
Che passa
La vita
Che va.

(da "Alcool", 1913)

L’autunno ha già dato tutti i suoi colori e i suoi frutti, ormai lascia spazio al gelido riposo dell’inverno. Guillaume Apollinaire ne coglie questo stato dando un tono crepuscolare alla sua versatile poesia che attinge a Cubismo, Futurismo, Surrealismo, Dadaismo… La fine dell’autunno è una malattia, un lungo deliquio coperto dal lenzuolo bianco della brina che prepara i candidi giorni di neve. Sui rami restano i frutti non raccolti, in particolare i cachi che punteggiano d’arancio gli ossuti rami neri, nei campi deserti il poeta immagina in difficolta le Nixi, divinità romane legate al momento del parto: è il momento in cui nulla fa pensare alla nascita ma che tuttavia proprio per questa decadenza piace ad Apollinaire, così come si ama lo splendore veneziano sempre in bilico verso lo sprofondo. È la vita che passa, ci dice: l’autunno che finisce ne è la sua testimonianza.

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© PTorrodellas / Flickr

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LA FRASE DEL GIORNO
Oltre l'Autunno i poeti cantano / Alcuni prosaici giorni / Un poco al di qua della neve / E al di là della Foschia.
EMILY DICKINSON, Poesie

martedì 24 novembre 2009

Viaggio intorno alla mia camera

Un viaggio dove non si va da nessuna parte, o meglio dove rimanendo fermi si vola dappertutto, si evade dalla prigione della propria vita ispezionando il proprio io come se fosse un mondo… È “Viaggio intorno alla mia camera”, un esile volumetto di un centinaio di pagine scritto tra il 1790 e il 1794 da Xavier de Maistre, fratello minore del più celebre Joseph, filosofo e diplomatico savoiardo, che darà alle stampe il testo nel 1795.

E dunque Xavier de Maistre, ventiseienne aiutante maggiore di battaglione, del reggimento di fanteria La Marina, poco prima del carnevale del 1790 ha una vertenza d’onore a Torino con l’ufficiale Patono de Meyran con il quale va a duello, vincendolo. Il duello gli costa però una punizione: viene confinato agli arresti domiciliari nella sua stanza alla cittadella militare del capoluogo piemontese. Xavier, che qualche anno prima, pochi mesi dopo il lancio del primo aerostato da parte dei fratelli Montgolfier, aveva sperimentato l’ebbrezza del volo compiendo un’ascensione di duemila metri in mongolfiera, trova la libertà nella dicotomia tra anima e corpo: lascia il proprio corpo nella stanza e dà libero sfogo all’immaginazione con quella che Saint-Beuve definì una “grazia sorridente” e che altro non è se non l’afflato della poesia, la consapevolezza che la sensibilità può spalancare le porte di un mondo incantato nel quale trovare la felicità a dispetto delle contingenze materiali.

De Maistre ripercorre, anticipando Robbe-Grillet, tutti gli oggetti della stanza – la poltrona, il letto, stampe e quadri, lo specchio, la scrivania, la sedia – usandoli come trampolino per l’evasione fittizia verso quel paese fantastico che diverrà la terra della libertà, tanto che, allo scoccare dei 42 giorni, così dirà: “Incantevole paese dell’immaginazione, che l’Essere benefico per eccellenza ha concesso agli uomini per consolarli della realtà, ti debbo lasciare. – Oggi stesso, certe persone da cui dipendo hanno la pretesa di ridarmi la libertà: – come se me l’avessero tolta! come se avessero potere di rubarmela un solo istante, e d’impedirmi di percorrere a mio piacimento il vasto spazio sempre aperto, dinanzi a me! – Mi hanno vietato una città, un punto; ma mi hanno lasciato l’universo intero; l’immensità e l’eternità sono ai miei ordini”.

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F.C.B. Cadell, “Interior, The Croft House”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nessun ostacolo potrà fermarci; e, abbandonandoci gaiamente alla nostra immaginazione, la seguiremo ovunque le piacerà di condurci.
XAVIER DE MAISTRE, Viaggio intorno alla mia camera

lunedì 23 novembre 2009

Ferlinghetti e Hopper

LAWRENCE FERLINGHETTI

A CASA HOPPER

A casa Hopper
sulla spiaggia di Truro
Mi giro e alzo gli occhi a guardarla
alta sulla scogliera
E sono Edward Hopper
il famoso pittore americano
disteso sul pendio
fra le erbe della sabbia
e mi giro e alzo gli occhi verso
il Mondo di Hopper
dove abitò tutti quegli
anni spazzati dal vento
certo non solo e malinconico
come i personaggi dei suoi quadri
nelle bettole aperte tutta notte
dietro ai vetri d’un mattino domenicale
in camere da letto con le lampadine appese a un filo
fari assolati
verande di serate estive
case lungo la ferrovia
facciate vittoriane
di vuoto
Eppure saprei dipingerli diversi adesso io?
alla fine estrema del nostro secolo distorto
come se la sovrappopolazione adesso
avesse davvero sconfitto
le nostre immense solitudini
per cui simbolo di successo è ancora
una casa isolata
su un colle.

(da “Poesie vecchie & nuove”, 1998)

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Edward Hopper, di cui è in corso, fino al prossimo 31 gennaio, la mostra milanese a Palazzo Reale, fu il pittore dell’inquietudine e della solitudine, dell’alienazione imposta dalla moderna società. A South Truro, a Cape Cod, c’è la casa dove il pittore e la moglie Josephine Nivison si recludevano nelle calde estati newyorkesi. Lì, in visita, Lawrence Ferlinghetti, esponente di spicco della beat generation, prova a rivivere l’esistenza di Hopper, a cercare di comprendere che cosa lo spingesse a dipingere quella solitudine, come se vi fosse qualcosa nel paesaggio che potesse suggerirlo.

Nulla di tutto ciò, perché i paesaggi che Hopper dipingeva erano quelli delle nostre anime: Ferlinghetti, sul finire del XX secolo, si trova a concludere che nulla è cambiato, che oggi Hopper si troverebbe ancora a illustrare quella disperata solitudine che permea ancora le nostre vite.

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Edward Hopper, “Second story sunlight”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando si è soli nel corpo e nello spirito si ha bisogno di solitudine, e la solitudine causa altra solitudine.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Tenera è la notte

domenica 22 novembre 2009

Nizar Qabbani

Nizar Qabbani (1923-1998) è un poeta siriano dallo stile raffinato, considerato uno dei maggiori della letteratura araba del XX secolo, un cantore che esplorava con eleganza e semplicità i territori dell’amore, dell’erotismo e della religione. Fu una tragedia a spingere Qabbani alla poesia: quando il futuro poeta e diplomatico aveva 15 anni, sua sorella Wisal, di dieci anni maggiore, si uccise per evitare un matrimonio che non voleva con un uomo che non amava. Ai suoi funerali Qabbani decise di combattere quell’ingiustizia sociale che era stata causa della morte della sorella. “L’amore nel mondo arabo è come un prigioniero e io voglio liberarlo. Voglio liberare l’anima araba, i suoi sensi e il suo corpo con la mia poesia” disse un girono a un intervistatore che gli chiedeva se fosse un rivoluzionario. Lo era Qabbani: un rivoluzionario dell’amore, dell’eros, dell’uguaglianza tra uomo e donna in un mondo come quello arabo dove tutto questo era ed è difficile da accettare.

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O Signore, il mio cuore non mi basta più,
quella che io amo è grande quanto il mondo:
mettimene nel petto un altro
che sia grande quanto il mondo.

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Continui a chiedermi la data della mia nascita
prendi nota dunque
ciò che tu non sai,
la data del tuo amore:
quella è per me la data della mia nascita.

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Io non ho detto loro di te
ma essi videro che ti lavavi nelle mie pupille
io non ho parlato loro di te
ma essi ti hanno letto nel mio inchiostro e nei miei fogli
L'amore ha un profumo
non possono non profumare i campi di pesco.

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La cosa più bella del nostro amore è che esso
non ha razionalità né logica
La cosa più bella del nostro amore è che esso
cammina sull'acqua e non affonda.

(da “Poesie”, 1976)

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LA FRASE DEL GIORNO
La luce è più importante della lanterna, / la poesia più importante del taccuino, / e il bacio più importante delle labbra.
NAZIR QABBANI

sabato 21 novembre 2009

Gente che corre

Se camminiamo di notte per strada e un uomo ci corre incontro, visibile da lontano, perché la strada è in salita e c’è la luna piena, non faremo nulla per trattenerlo, anche se è debole e lacero, anche se qualcuno lo insegue gridando, ma lo faremo continuare nella sua corsa. È notte e non è colpa nostra se la strada sale sotto la luna piena, inoltre può darsi che i due abbiano inscenato l’inseguimento per gioco, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito senza colpa, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diventeremo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla uno dell’altro e ciascuno corre, per suo conto, a letto, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato. E, a ultimo, non ci è lecito essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino? Che sollievo non vedere più neppure il secondo.

(da “Contemplazione”, 1913)

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Franz Kafka è l’autore di questo brevissimo racconto, perfettamente concluso però nella sua esiguità. Breve certo ma molto intenso: non ci dà un senso univoco, ma ci offre significati molteplici. Così ecco espressa la precarietà della nostra vita, che può essere improvvisamente sconvolta da un evento esterno: il protagonista potrebbe bloccare il primo uomo e divenire complice di un omicidio, potrebbe bloccare il secondo e finire ferito o assassinato, potrebbe insomma scegliere di intervenire – e qui si impone la necessità di una scelta, cosa non facile nella vita di tutti i giorni: quanti alibi ci creiamo per non decidere? Ma c’è anche la solitudine che ci accerchia e che non sappiamo rompere, tanto che, evitando gli altri, ci abbandoniamo alla viltà dell’isolamento. Tanti pensieri, tanti quesiti espressi in così poche righe…

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© Deloitte

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LA FRASE DEL GIORNO
È quando cerchiamo di misurarci con le intime necessità di un altro uomo che ci rendiamo conto di quanto siano incomprensibili, tentennanti e sfuggenti coloro che condividono con noi la vista delle stelle e il calore del sole.
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

venerdì 20 novembre 2009

Cos’è l’arte? (III)

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PAUL KLEE

“L'arte non riproduce il visibile; piuttosto, crea il visibile”.

Paul Klee, "Miraculous Landing"
acquerello, 1920 / New York, MOMA

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PAUL GAUGUIN

“L'arte è un'astrazione: spremetela dalla natura
sognando di fronte ad essa e preoccupatevi più
della creazione che del risultato”.

Paul Gauguin, “Où vas tu? II”
olio su tela, 1893 / San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

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PABLO PICASSO

“L'arte è una bugia che ci fa realizzare la verità”.


Pablo Picasso, “Jeune femme devant un miroir”
olio su tela, 1932 / New York, Museum of Modern Art

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte è la creazione di una magia suggestiva che accoglie insieme l'oggetto e il soggetto.
CHARLES BAUDELAIRE, I luoghi dell’arte

giovedì 19 novembre 2009

Lo strambotto e il rispetto

BENEDETTO CARITEO

ACCENDE IL MIO CANTAR FIAMMA D’AMORE…

Accende il mio cantar fiamma d'amore
nel crudo mare e ne le gelide onde;
cantando io nelle selve, esce di fuore
la fera, che cacciata si nasconde;
odono lagrimando il mio dolore
omini et animali, arbore e fronde;
ma riscaldar non posso il freddo core
di questa, che m’ascolta e non risponde.

Questa pena d’amore narrata da Benedetto Gareth Cariteo, poeta catalano di fine Quattrocento, vissuto a Napoli alla corte aragonese, ci consente di parlare di una composizione lirica particolare, lo strambotto: un’ottava di endecasillabi a rima alternata, che spesso veniva accompagnata da un liuto o da una viola. Il suo gusto popolare serviva a indicare un sentimento di amore caldo e irruente. Non è quindi un caso che lo strambotto, nato nel sud della Francia, si sia rapidamente diffuso nelle nostre regioni meridionali. Il Cariteo esprime il suo amore deluso con tinte cariche e accorate: alle sue parole di venerazione si riscaldano i mari gelidi, si sciolgono persino le belve della foresta, uomini e animali e persino le piante si commuovono; solo l’amata rimane impassibile e non ricambia il fuoco sacro del poeta…

Sempre nel Quattrocento lo strambotto si raffinò e passò in Romagna e in Toscana, dove assunse il nome di rispetto, mutando leggermente la sua forma – una quartina a rima alternata e una a rima baciata - e venne praticato dal Poliziano e da Lorenzo il Magnifico. Eccone un esempio anonimo che richiama alla mente la famosa ode sublime di Saffo:

ANONIMO

O DIO DEL CIELO, CHE PENA È LA MIA

O Dio del cielo, che pena è la mia
aver la lingua e non poter parlare!
Passo davanti a la ragazza mia
la veggo e non la posso salutare!
E la saluto con la mente e il core
giacché la lingua mia parlar non puole:
la saluto col core e con la mente
giacché la lingua mia non puol dir niente!


Van Eyck, “I coniugi Arnolfini”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore produce molto miele e fiele.
PLAUTO, Cistellaria

mercoledì 18 novembre 2009

Ryszard Kapuściński poeta

Il polacco Ryszard Kapuściński (1932-2007) è noto in Italia come scrittore, soprattutto di viaggi, avendo messo a frutto nei suoi libri le esperienze di giornalista inviato in Africa, Iran e Unione Sovietica. Suo, ad esempio, è “In viaggio con Erodoto”, dove le storie di duemilacinquecento anni fa si fondono con quelle di oggi negli stessi luoghi e servono da guida. Questo invece è il suo lato meno noto, quello più nascosto di poeta:

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IL POETA ARNOLD SLUCKI IN VIA NOWY SWIAT

Prima
di andarsene per sempre
a Gerusalemme
camminava per via Nowy Swiat
guardava senza vedere niente
un vecchio cappotto senza un bottone
la fronte sempre sudata

le tasche piene di poesie

le tirava fuori una dopo l’altra
davanti a un portone
me le metteva in mano
e me le faceva leggere


È buona?
Non è buona

Dispiaciuto
prendeva la successiva
la quinta la decima

Alla fine trasse di tasca una colomba
E questo cos’è? domandai


Non lo vedi?
La mia ultima poesia!
Non sai che un uccello è una poesia?
Poesia che vola?

(da “Blocco note”, 1986)

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Forse la cosa più grande
si dice con un silenzio.
Come l’universo.

La parola
è solo un’apparenza?
Un tentativo di afferrare
l’inafferrabile?

Diffida delle parole
che lanciano falsi segnali
conducono a vicoli ciechi
portano alla tentazione.

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OXFORD

La notte
tra sabato e domenica
in questa città
non concilia il sonno
nella via principale rumore di pneumatici
grida si muovono sotto le finestre
sono discorsi allegri e superficiali
non posso dormire
leggo in una rivista che
l’infarto di solito colpisce le sue vittime
tra le 8.00 e le 9.00 del mattino

sono le 2.15.

(da “Leggi naturali”, 2006)

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FIN DE SIÈCLE

I

Oh signora come sei argentea
con questo vestito chiaro brilli come una stella
e sulle spalle hai una stola come una nube
e sotto la nube scintilla una perla.

Oh signora come sei dorata
quando la sera in piedi alla luce di una candela
con un gesto leggero come la carezza del vento
aggiusti davanti allo specchio i tuoi capelli rossi.

Oh signora come sei nuda
quando giacendo in questo letto rosa
i indichi con un gesto che è giunto il momento
per me di entrare nel tuo giardino.

(da “Taccuino d’appunti”, 2004)

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© Ryszard Kapuściński zawód

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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole che aprono i tuoi occhi al mondo sono spesso più facili da ricordare.
RYSZARD KAPUSCINSKI

martedì 17 novembre 2009

Bimillenario di Vespasiano

“Al figlio Tito che gli rimproverava di aver avuto l’idea di porre una tassa persino sull’orina, mise sotto il naso la prima somma proveniente da quell’imposta, chiedendogli «Sei offeso dall’odore?» E rispondendogli Tito negativamente, riprese: «Eppure viene dall’orina!»”. Da questo celebre passo di Svetonio deriva la fama di Tito Flavio Vespasiano, imperatore romano nato a Rieti duemila anni fa, il 17 novembre del 9 dopo Cristo.

Pochi ricordano che questo sabino di modeste origini combatté in Britannia tra il 43 e il 47 e portò la guerra in Giudea tra il 67 e il 69 e che, divenuto imperatore dapprima contro Vitellio, poi con il beneplacito del Senato, riuscì a sedare la guerra civile, a rafforzare le frontiere e a dare il via ai lavori del Colosseo, il cui vero nome è Anfiteatro Flavio. Ma tutti conoscono questa storiella delle latrine, che ha portato addirittura a dare il nome di “vespasiano” al gabinetto pubblico. La storia sa davvero essere beffarda…

Vespasiano fu per un certo verso uno speculatore edilizio: aveva un accento insopportabile e non conosceva bene la grammatica, ma sapeva come fare soldi – le tasse, il saccheggio di Gerusalemme – e aggirare il Senato. “Pecunia non olet”, il denaro non puzza, fu il suo motto. Così, forse per elevarsi dalle umili origini, amava l’arte e l’insegnamento: diffuse la pubblica istruzione, affidando al retore Quintiliano un posto di grande prestigio; allargò il potere ai ceti medio-bassi, elevando piccoli imprenditori, burocrati, affaristi, esattori. Il fatto è che la dissennata gestione di Nerone aveva lasciato un enorme debito pubblico nella Roma imperiale. Sembra quasi una ripicca la costruzione del Colosseo sui resti della Domus Aurea neroniana: un grande edificio dove si sarebbero messi in scena spettacoli per la plebe. Ma Vespasiano diede il via a un progetto che ridisegnò l’Urbe e che la sua dinastia, i Flavi, proseguirono: il Palatino, il Tempio della Pace, il Campidoglio, il Campo Marzio nacquero allora.

Vespasiano, violento e poco democratico, riuscì a risollevare le sorti finanziarie di Roma e a costituire la sua dinastia: alla sua morte, avvenuta alle terme di Cutilie, in Sabina, nel 79, gli successe Tito, che avrebbe portato avanti l’imponente programma delle opere pubbliche.

 

Busto di Vespasiano (Mosca, Museo Pushkin)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il bisogno innalzò i troni, le scienze e le arti li hanno consolidati.
JEAN-JACQUES ROUSSEAU, Discorso sulle scienze e sulle arti

lunedì 16 novembre 2009

Due poesie di Sciascia

LEONARDO SCIASCIA

DUE CARTOLINE DAL MIO PAESE

1

Il paese del sale, il mio paese
che frana - sale e nebbia -
dall’altipiano a una valle di crete;
così povero che basta un venditore
d’abiti smessi - ridono appesi alle corde
i colori delle vesti femminili -
a far festa, o la tenda bianca
del venditore di torrone.
Il sale sulla piaga, queste pietre
bianche che s’ammucchiano
lungo i binari - il viaggiatore
alza gli occhi dal giornale, chiede
il nome del paese - e poi in lunghi convogli e
scendono alle navi di Porto Empedocle;
il sale della terra - “e se il sale
diventa insipido
come gli si renderà il sapore?”
(E se diventa morte,
pianto di donne nere nelle strade,
fame negli occhi dei bambini?).


2

Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

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Tuttolibri ha pubblicato in anteprima queste due poesie, edite dall’associazione “Amici di Leonardo Sciascia” in occasione del ventennale della scomparsa dello scrittore, con otto incisioni, testi di Roberto Roversi e Angelo Scandurra. Sono versi del 1952, stampati da Sciascia in una plaquette con disegni di Emilio Greco: solo 111 copie con il titolo “La Sicilia, il suo cuore”.

E proprio la Sicilia è la vera protagonista di queste poesie: non è difficile immaginarsi quella Racalmuto tanto cara allo scrittore, che ora vi campeggia in statua in una via nell’atto di passeggiare. La curiosità sta appunto nella forma, nella rarità della forma poetica nell’opera di Sciascia, finissimo narratore: visto l’ottimo risultato, è un peccato che non si sia cimentato di più con la poesia. Questi 35 versi hanno l’afflato del Novecento, sanno davvero rendere il “cuore” dell’isola e tutti i suoi tormenti: l’attualità di quel “mio paese che frana” è crudamente imbarazzante, se dopo quasi sessant’anni la situazione non è migliorata, non è riuscita a far sembrare lontane e sbiadite queste due “cartoline”.

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Fotografia di Davide Mauro

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LA FRASE DEL GIORNO
«In Sicilia le nevicate sono rare» pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po' confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.
LEONARDO SCIASCIA, Il giorno della civetta

domenica 15 novembre 2009

L’uomo che raccoglie le ninfee

ALFONSO GATTO

TREGUA

Chi s'avventura nella pioggia, in mezzo
ai sepolcri splendenti della pioggia
dove il bianco annerisce nei millenni
d'un giorno, travestito e nudo a foggia
degli scampati, vinto dal ribrezzo
della sua carne, parla solo a cenni
d'un silenzio di là dall'altro mondo
dov'egli apparve e fu guerriero. Il sole
più non ricorda, non ricorda voce,
ma la cenere putrida sul fondo
della palude, un segno le parole
scritte sul fango con la stessa croce.
Son cadute le reggie, le scalee
portano al cielo, e l'uomo che raccoglie
sull'iride dell'acqua le ninfee
dell'amor suo parla con le foglie.

(da “La storia delle vittime”, 1965)

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È lo stesso Alfonso Gatto a spiegare l’origine di questa sua poesia: “Così vidi su una foto un soldato giapponese lacero che si lasciava piovere addosso, nel silenzio d’un campo dopo la battaglia. Aveva la mano sospesa come se parlasse solo o come se ascoltasse il nascere dei fiori nell’acqua”. La guerra, tutto il suo orrore, sono l’argomento della “Storia delle vittime”, opera di Gatto che riunisce poesie scritte in epoche diverse e che raccoglie, oltre alle poesie sulla Resistenza e sull’”amore per la vita” in quel travagliato periodo, il “giornale di due inverni”, quello di guerra 1943-44 e quello più tranquillo – anche se non bisogna dimenticare che era già in corso la guerra del Vietnam - del 1964-65. E tutto l’orrore, quello che porta alla follia, è espresso attraverso gli occhi di questo soldato giapponese sconfitto, che attraversa con lo sguardo e la memoria la battaglia conclusa, che rivede i corpi esanimi dei caduti quasi attraversasse un cimitero. Il suo parlare è rotto, non è più voce umana, ma un’espressione del buio che è sceso dentro di lui dove tutto si confonde e si riduce a quella “cenere putrida” lasciata dalla guerra. L’ultima strofa apre alla speranza, all’amore che irrompe con un’immagine di dopoguerra: la donna di cui il soldato parla con tenerezza alle grandi ninfee in questa tregua tra una battaglia e l’altra.

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LA FRASE DEL GIORNO
Nessun catalogo di orrori ha mai distolto l’uomo dalla guerra.
ERNEST HEMINGWAY, Dal nostro inviato Ernest Hemingway

sabato 14 novembre 2009

Agazia lo Scolastico

Avvocato (scholasticus) a Costantinopoli al tempo di Giustiniano, nel VI secolo dopo Cristo, Agazia lo Scolastico, genero del funzionario di corte e poeta Paolo Silenziario, raccolse un’antologia di epigrammi di contemporanei, confluiti nell’Antologia Palatina con il nome di Ciclo di Agazia. Oltre agli epigrammi, dei quali un centinaio sono contenuti nell’antologia, Agazia scrisse la Δαφνιακά, un poema elegiaco in nove libri, brevi descrizioni di miti eroici e cinque libri di “Storie” che registrano gli avvenimenti accaduti tra il 552 e il 558, fonte importante per la conoscenza dell’Iran pre-islamico.

Delle due poesie qui riportate, la prima è una considerazione sulla fugacità dei poteri umani cui solo la gloria è in grado di resistere, l’altra è il grido di nostalgia di un uomo che si trova lontano da casa per lavoro e si sente infelice pur nel rigoglio della primavera in un luogo molto bello. Le mirabili traduzioni sono di Salvatore Quasimodo: non rispettano appieno la filologia del testo greco, ma lo rendono con una modernità apprezzabile per noi lettori del XXI secolo.

 

IX, 153

O città, dove sono le tue mura,
i ricchi templi, le teste dei buoi
sacrificati? E il peplo tutto d’oro,
gli alabastri di Pafo? Dov’è più
il simulacro di Atena? Ogni cosa
ti fu tolta dalla guerra, dal lungo
scorrere del tempo e dalla potente
Moira, mutando così la tua sorte.
L’invidia vinse anche te: solo il nome
e la tua gloria non riuscì a oscurare.

 

V, 292

a Paolo Silenziario

La terra verdeggiante sotto i rami
in fiore mostra qui grazia di fronde
ricche di frutti. Qui cantano all’ombra
dei cipressi gli uccelli ai loro teneri
nati, il fringuello gorgheggia e la tortora
si lamenta tra le spine
del roveto. Ma io non sono felice;
vorrei sentire la tua voce dolce
più del suono della cetra di Delo.
Anzi due desideri mi tormentano,
vedere te, mio caro, e la fanciulla
che nel ricordo
mi consuma. Ma il lavoro mi tiene
lontano dalla mia agile gazzella.

 

Mosaico bizantino, Ravenna, S. Vitale

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni uomo in buona salute può fare a meno di mangiare per tre giorni; della poesia, mai.
CHARLES BAUDELAIRE, L’art romantique

venerdì 13 novembre 2009

Il diavolo in corpo

A metà dicembre del 1920, in una fredda giornata parigina, Picasso e Brancusi seguivano il feretro bianco di un amico, morto ventenne di febbre tifoidea. Jean Cocteau invece non ne ebbe la forza, chiuso nella disperazione, lui che aveva vegliato il ragazzo e che al suo capezzale nella clinica di Rue Piccinni si era sentito dire “Udite una cosa terribile: fra tre giorni sarò fucilato dai soldati di Dio”.

Quel ventenne era Raymond Radiguet, autore di un romanzo, “Il diavolo in corpo”, scritto a soli diciotto anni e pubblicato da Grasset con un battage pubblicitario assolutamente nuovo per l’epoca. L’opera, parzialmente autobiografica, ebbe un successo clamoroso, anche grazie alle narrazioni scabrose: racconta infatti di un amore anticonformista tra un adolescente e una donna il cui marito è al fronte, durante la Prima guerra mondiale. Radiguet è conscio della delicatezza del tema: “Devo aspettarmi dei rimproveri” così comincia “Ma che posso farci? È colpa mia se compii dodici anni qualche mese prima che la guerra fosse dichiarata? (…) Era destino che mi comportassi come un bambino in un’avventura che avrebbe messo in difficoltà persino un adulto”. E l’inquietudine, lo smarrimento, la rivolta morale di quei giovani diventano parte della storia; Radiguet ne parla con sincerità disarmante, con uno stile puro e incantevole, con una lucidità inaspettata in un ragazzo: “La mia lungimiranza era solo una forma più pericolosa della mia ingenuità. Mi giudicavo meno ingenuo, ma lo ero sotto un’altra forma, poiché nessuna età sfugge all’ingenuità. Nemmeno la vecchiaia. Questa presunta lungimiranza mi annebbiava tutto, mi faceva dubitare di Marthe. O meglio, dubitavo di me stesso, perché non mi ritenevo degno di lei”.

Non si sa chi abbia il “diavolo in corpo”, se sia l’irruente ragazzo o la donna infelice di un matrimonio che non voleva, più probabilmente entrambi: “Per la prima volta, mi sentiva pronunciare la parola «morale». Quella parola capitò a meraviglia, giacché anche lei, così poco cattiva, doveva pur attraversare crisi di coscienza, come me, sulla moralità del nostro amore”. Alla fine il protagonista troverà nel “richiamo all’ordine” la soluzione al tabù della differenza d’età e alla riprovazione dell’amare la donna di un soldato in guerra: “L’ordine, alla lunga si dispone spontaneamente attorno alle cose” si legge nelle righe finali del romanzo, concluso da una tragedia ma vivificato dalla speranza.

 

Egon Schiele, “L’abbraccio”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni amore ha una giovinezza, una maturità, una vecchiaia.
RAYMOND RADIGUET, Il diavolo in corpo

giovedì 12 novembre 2009

L’ombra a rovescio del cielo


SALVATORE QUASIMODO

PRESSO L'ADDA

Striscia l'Adda al tuo fianco nel meriggio
e segui l'ombra a rovescio del cielo.
Qui, dove curve pecore risalgono
con il capo affondato dentro l'erba,
saltava l'acqua a taglio della ruota,
e s'udiva la mola del frantoio
e il tonfo dell'uliva nella vasca.
Tu solo ti sgomenti a un moto spento.
Riappare la corona del sambuco
dal fitto della siepe e agita la canna
nuove foglie sugli argini del fiume.
La vita che t'illuse è in questo segno
delle piante, saluto della terra
umana alle domande, alle violenze.
Il riaprirsi del legno in un colore
è certezza per te, come l'insidia
del tuo sangue e la mano che distesa
alzi alla fronte a schermo della luce.

(da "Giorno per giorno", 1947)

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A Imbersago, Brianza lecchese, nel piazzale dove ci si imbarca sul traghetto di disegno leonardesco che attraversa il fiume Adda, c’è una lapide sul muro con incisa questa poesia di Salvatore Quasimodo. Una scelta davvero azzeccata: ci si mette lì un po’ di profilo e, leggendola, si possono tradurre quelle parole in immagini, come se fosse un film. Ecco il cielo riflettersi nell’acqua e le nuvole che fanno a gara con i germani nello sguazzare; ecco i boschi della sponda dove ancora raramente capita di incontrare le greggi, soprattutto d’inverno, e di notare i loro bioccoli lanosi appesi a qualche spina di roveto. Se non c’è la mola del frantoio, è possibile trovare qualche manufatto per lo scolo delle acque; di certo per tutta la bella stagione c’è il sambuco, dapprima odoroso con i suoi fiori bianchi, poi adornato delle sue belle bacche scure; le canne palustri agitano al vento le loro chiome, riempiendo vasti tratti in prossimità della riva.

 

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Adesso è normale apprezzare questa tranquillità, questo scenario di pace: quando Quasimodo scrisse questa poesia, inserita in “Giorno dopo giorno”, raccolta che comprende celebri liriche come “Alle fronde dei salici”, “Milano 1943” e “Uomo del mio tempo”, la guerra era ancora un freschissimo ricordo, probabilmente si era conclusa da poco. Il poeta siciliano iniziò in quel periodo ad usare una forma meno ermetica, per dire con più chiarezza il rifiuto della violenza, l’apertura all’umanità. È nelle due strofe finali che Quasimodo trova risposte alle sue domande: la vita a primavera riemerge, le piante rinverdiscono, porgono il loro saluto alla terra in un emblema della lotta dell’umano al disumano, così diverso dall’«erba maligna» che «tra tombe di macerie (…) solleva il suo fiore» in “19 gennaio 1944”. E in questa rigogliosa natura anche il poeta adesso ritrova la sua certezza, mentre con la mano fa schermo agli occhi, abbacinati dai riflessi dell’Adda.

 

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LA FRASE DEL GIORNO
E ora / che avete nascosto i cannoni fra le magnolie, / lasciateci un giorno senz’armi sopra l’erba / al rumore dell’acqua in movimento, / delle foglie di canna fresche tra i capelli / mentre abbracciamo la donna che ci ama.
SALVATORE QUASIMODO, La vita non è sogno, “Anno Domini MCMXLVII”

mercoledì 11 novembre 2009

Pascoli e l’estate di San Martino

GIOVANNI PASCOLI

NOVEMBRE

Gèmmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate,
fredda, dei morti.

(da "Myricae", 1903)

Giovanni Pascoli è un poeta cui l’autunno è congeniale: è la stagione che gli consentì di esprimere appieno la sua sensibilità, tempo adatto alla sua dolce tristezza, emblematico del lento finire di ogni cosa. “Novembre” è una delle poesie più suggestive: racconta la breve estate di san Martino, quella che gli americani chiamano “indian summer”, estate indiana. Pascoli era un maestro nell’uso delle strofe e nel gioco linguistico: qui ne troviamo un esempio molto calzante. La prima strofa rende la giovinezza, l’illusione, la speranza: si crede che sia giunta primavera: l’aria è chiara, il sole tiepido, sembra quasi possibile alzare gli occhi e scorgere i bianchi fiori degli albicocchi, quelli rosa dei peschi, l’aroma aspro e dolce a un tempo del biancospino. La seconda strofa rappresenta la maturità, la disillusione, il ritorno nella realtà: in effetti gli alberi sono secchi e spogli, i rami si tendono nudi verso quel cielo, l’idea di morte comincia a trapelare attraverso l’analogia del terreno che sembra vuoto; l’uso di termini appropriati (secco, stecchite, nere, vuoto, cavo) origina un climax che prepara alla terza strofa. Qui il poeta compie una sintesi: il paragone tra le due strofe precedenti lo porta a constatare tristemente l’unica vera realtà, quella del freddo novembre che le leggi della natura hanno riportato sulla terra. Altro che primavera…

© David Miller

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e nessuno avrebbe detta.
GIOVANNI PASCOLI, Prose e discorsi

martedì 10 novembre 2009

L’infinita vanità del tutto

GIACOMO LEOPARDI

A SE STESSO

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanità del tutto.

(dai "Canti")

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Il pessimismo leopardiano tocca forse il suo punto più profondo in questa lirica di sedici versi, resa con uno stile spoglio e continuamente rotto nel ritmo, segno della tensione morale che lo porta a questa sua intima riflessione. All’origine di “A se stesso”, scritta nel 1833, c’è una delusione d’amore: tre anni prima Leopardi aveva conosciuto a Firenze Fanny Targiotti Tozzetti, l’Aspasia di altre poesie, ed è lei – nulla si sa di come finì la relazione - la causa della disperazione del poeta. Quell’amore, l’«inganno estremo» è un’illusione che è svanita, ma il poeta di Recanati, allora trentacinquenne, ben sapeva che la vita è composta di illusioni, “non mere vanità, ma… cose in certo modo sostanziali, giacché non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno”, come scrisse in una lettera del 1820. È per questo che accoglie con rassegnazione quest’altro smacco, abbandonandosi ancora una volta alla disperazione, alla constatazione che la vita e il mondo altro non sono che fonti di amarezza e di noia, di inganni e di illusioni; è per questo che trova un colpevole e lo indica nella natura, matrigna e non amorevole madre, che procura all’uomo un presente di infelicità   -«a comun danno impera» è segno di una condivisione, di un’apertura verso gli altri e il loro destino. Chiaro che allora tutto diventi inutile, come il Leopardi sintetizza in uno dei versi più belli della letteratura italiana, quel finale che rimanda a un altro pensiero dello Zibaldone sul pessimismo cosmico: “Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, più tranquillo ed io stesso in un’ora certamente più quieta conoscerò la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà”. Certo, detto in poesia fa tutto un altro effetto…

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Arcano è tutto, / fuor che il nostro dolor.
GIACOMO LEOPARDI, Canti, “Ultimo canto di Saffo”

lunedì 9 novembre 2009

La caduta del Muro

 

Vent’anni fa, il 9 novembre del 1989, tutti noi che ci trovavamo davanti ai televisori, la sera provammo lo stesso moto di esultanza e la stessa commozione di quei ragazzi, di quegli uomini e quelle donne che aprivano varchi e scavalcavano il Muro di Berlino, ormai un inutile relitto della “guerra fredda”. Vedere ricongiungersi i berlinesi dell’ovest con quelli dell’est dopo lunghi anni, vederli danzare insieme e brindare stappando bottiglie di spumante, ci gonfiava finalmente il cuore.

Fu un anno di rivoluzioni e libertà, di grandi cambiamenti quel 1989: a gennaio l’Ungheria era entrata nel novero dei paesi democratici; a febbraio i sovietici si ritirarono dall’Afghanistan, invaso dieci anni prima; in aprile fu la volta della Polonia, che divenne pluralista e accettò l’economia di mercato; a giugno i cinesi repressero nel sangue la rivolta di Tienanmen; ad agosto Solidarnosc arrivò addirittura al governo; a ottobre cadde il dittatore tedesco orientale Honecker, preludio alla caduta del Muro; in quello stesso novembre tornò libera anche la Bulgaria; sul finire dell’anno furono la Cecoslovacchia a rovesciare il regime e la Romania a liberarsi, stavolta in modo cruento, della dittatura dei Ceausescu.

Ma quella sera, quella notte del 9 novembre i berlinesi erano in strada a cantare “Berlin! Berlin”, a festeggiare sulla Kunfursterdamm e alla porta di Brandeburgo, ad abbracciarsi e a piangere insieme, finalmente reso inutile quel muro costruito dalla Germania Democratica nell’agosto del 1961. Trecentomila berlinesi dell’est corsero subito dall’altra parte a respirare l’aria di libertà, a vedere com’era la vita di là dal muro, a raccontarsi con altri tedeschi, con altri berlinesi rimasti per troppo tempo lontani. Tutto era iniziato quando la televisione di stato della Germania dell’Ovest aveva dato la notizia che due ragazzi erano riusciti ad attraversare indisturbati il confine fortificato in direzione di Amburgo. Sul principio i più avevano pensato a una svista dei VoPos, confusi dalle nuove norme della Germania dell’Est sulla libertà di movimento, ma molti decisero di provare e una vera e propria folla si riversò alla frontiera mettendo completamente fuori gioco le guardie, che alla pressione della gente non poterono rispondere altrimenti che aprendo i cancelli al varco di Invalidenstrasse – una decisione che avrebbe cambiato la storia tedesca. Una notte di carnevale quella che seguì, molti ritornarono a casa dopo aver assaporato quell’incredibile libertà, ebbri di essa, di una felicità inspiegabile: rientrarono nelle loro case dell’Est sapendo che non c’era più nessun muro a trattenerli…

 

 

 

Fotografie: DPA Report

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LA FRASE DEL GIORNO
Or ti piaccia gradir la sua venuta / libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta.
DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, I, 70-72

domenica 8 novembre 2009

Le lunghe ombre dei ricordi

VINCENZO CARDARELLI

PASSATO

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

(da "Poesie", 1942)

 

Un senso leopardiano del tempo pervade questa poesia di Vincenzo Cardarelli, che descrive un’esperienza amorosa ormai finita, chiusa dallo scorrere dei giorni, “precipitoso e lieve”. In equilibrio tra il sentimentale e il metafisico, il poeta laziale si dispone a una meditazione che il distico finale, quasi un aforisma, conclude con una ferma constatazione: la vita ha le sue leggi, cui non ci possiamo opporre, passano i sentimenti, passa il tempo, passa essa stessa. Cardarelli non sceglie la strada dell’abbandono alla memoria, al culto del ricordo, preferisce accettare con un sottile disincanto questa ineluttabile fuga, ben sapendo che alla fine di ogni cosa sopravvivrà il ricordo e che proprio per questo la donna amata, divenuta nel ricordo un’immagine, appartiene così interamente al poeta, che la può custodire in una specie di tempio – la sua memoria – definita in un’altra lirica, “Abbandono”, come “un sepolcro / a cui faccio la guardia”.

© Fitsnew.com

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LA FRASE DEL GIORNO
Passiamo passiamo poiché tutto passa / Indietro io mi volterò sovente / I ricordi sono corni da caccia / Il cui clamore smuore nel vento.
GUILLAUME APOLLINAIRE, Alcool, “Corni da caccia”

sabato 7 novembre 2009

Cos’è la poesia? (XII)

RAFFAELE CARRIERI

QUIETA LUNA

Come la quieta luna di settembre
La sera il poeta fa lume
E le tenebre sbianca.
Il muro degli orti scavalca,
Si affaccia ai ponti;
Accompagna i treni in viaggio
Che si perdono nella pianura.
Il poeta come la luna
Non distingue prigioni, castelli.
Le pietre sono sorelle
E gli uomini tutti fratelli.

(da “La giornata è finita”, 1963)

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“La poesia è ponte” scrive Raffaele Carrieri in un’altra lirica di “La giornata è finita”, dopo una serie di definizioni su cosa non è poesia. E ancora scriverà quattro anni dopo in “Io che sono cicala”: “Da lontano viene poesia / E all'acqua somiglia”. Qui specifica meglio l’essenza della poesia, quella di una luce rivelatrice che permette di illuminare un pochino le tenebre della realtà, di scorgere un barlume di verità. Un chiarore che segue le nostre vite e accompagna il viaggio nell’oscurità. Il poeta allora non distingue più, non ragiona in base a razze, sesso e religioni, ma partecipa in quanto umano all’esistenza di ognuno.

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Paul Klee, “Incendio sotto la luna piena”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta comprende la natura meglio dello scienziato.
NOVALIS, Frammento, 1222

venerdì 6 novembre 2009

Ciò che noi sappiamo dell’amore


EMILY DICKINSON

CHE SIA L'AMORE...

Che sia l'amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell'amore;

E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

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Emily Dickinson ----------------Marina Cvetaeva

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MARINA CVETAEVA

AMORE

L'amore
è lama? è fuoco?
Più quietamente - perché tanta enfasi?
È dolore che è conosciuto come
gli occhi conoscono il palmo della mano
come le labbra sanno
del proprio figlio il nome.

1° dicembre 1924

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È l'ineluttabilità dell'amore che risalta da queste due poesie, tradotte da Luciano Luisi, scritte da donne tormentate.

Emily Dickinson reagì con l’isolamento alla crisi emotiva che le procurò la partenza dell’amato Charles Wadsworth, diventò una “zitella dominatrice” e si rinchiuse nella sua stanza a costruire un ordine assoluto di verità, vero rifugio dai contrasti della vita. Marina Cvetaeva sperimentò invece molti amori, carnali, passionali, sentimentali, anche omosessuali: il suo approccio era, come lo definì la Losskaja, “sovrasessuale, fondato sui suoi fortissimi potenziali vitali”.

Ecco che per entrambe allora l’amore diventa “peso”, diventa “dolore”, ma comunque necessario, naturale perché connaturato all’umanità, tanto da essere così familiare come il palmo della mano. Dunque l’amore esiste, l’amore è tutto, l’amore è vita e come la vita può essere doloroso…


François Quilici, “Alone”

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LA FRASE DEL GIORNO
Oh, l'amore non esiste per farci felici. Credo che esista per mostrarci fin dove siamo capaci di patire e sopportare.
HERMANN HESSE, Peter Camenzind

giovedì 5 novembre 2009

Proverbi di novembre

Penultimo atto per i proverbi dialettali dedicati ai mesi partendo da quelli della mia terra, che mi capita di ascoltare a ogni stagione. E allora avanti con il grigio e malinconico novembre.

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Nuember l'è caìn: o se paga 'l fécc, o se fa San Martìn
(Novembre è assassino: o si paga l'affitto o si trasloca)

“Fare San Martino” è espressione dialettale che significa “traslocare”: infatti i contadini sotto mezzadro era proprio in questo periodo, al termine della stagione vegetativa e all’inizio del lungo riposo invernale, che vedevano concluso o rinnovato il loro contratto. Molti si trasferivano presso nuovi terreni e nuovi padroni. In caso si rimanesse nella propria abitazione, era comunque un momento difficile: bisognava reperire i soldi dell’affitto e separarsene con immenso dispiacere. Ecco perché il mese è “Caino”. Capita spesso ancora oggi di sentire gente che “fa San Martino”: la differenza è che va da una casa dotata di tutti i comfort a un’altra simile. È anche tempo di vino novello: in Abruzzo si dice “A Sante Martine vota la cannula e jesce lu vine” (gira la spina ed esce il vino), a Napoli “A San Martino ogni fusto è vino”, in Sicilia “Ppi San Martinu castagni e vinu”, in Veneto “"A San Martin, casca le foje e se spina el bon vin” (cascano le foglie e si spilla il buon vino).

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Nuember ghe n'ha trenta; scolda 'l venter e de vin béven una brenta.
(Novembre ne ha trenta; tieni caldo il ventre e di vino bevine una brenta [antica unità di misura = 75 litri!])

Il freddo si fa sentire adesso, nella nostra società che può contare su moderni riscaldamenti. Possiamo immaginare la sofferenza che si doveva provare allora, quando solo i camini e le stufe davano calore nelle stanze principali e la gente si arrangiava con gli scaldini per il letto e i bracieri, o si rifugiava nel locale più caldo, la stalla, dove il tepore dato dagli animali riscaldava l’aria: ci si trovava lì la sera per ascoltare i racconti dei vecchi. Sul freddo anche alcuni proverbi relativi a Sant’Andrea, ultimo girono del mese: “A Sant’Andrea el frècc al te nega” (il freddo ti annega, ovvero dà quella sensazione di soffocamento che si può provare annaspando nell’acqua); “A Sant’Andrea, munta ‘l frècc in cadrega” (il freddo sale sulla sedia, in italiano si direbbe “monta in cattedra”); “Se per Sant’Andrea non vegnarô, per Sant Ambrös non fallarô” (Se per Sant’Andrea non arriverò, per Sant’Ambrogio non mancherò – è il freddo a parlare).  In Istria il freddo è portato da Santa Caterina (25 novembre): “Santa Catareîna, el giaso par mareîna” (il ghiaccio per la marina). Nel Padovano: “Santa Caterina o neve o brina”. E occorre prestare attenzione anche al campo, per quanto in fase di riposo: “Novembre 'nchiatratu, addiu simminatu” dicono in Calabria, novembre gelato, addio seminato…

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Ai mort, la binchéta e i guant.
(Per i Morti, la giacchetta e i guanti)

Proverbio che ci illumina bene sull’antica civiltà contadina, questo dei  “Morti”, il 2 novembre. Occorre ricordare che la commemorazione dei defunti fu sempre festa grande in tutte le società arcaiche. In Brianza si celebrava – e si celebra tuttora – con due dolci tradizionali: il “pane dei morti”, morbido impasto speziato e mieloso a forma di grosso biscotto ovale, e gli “oss de mord”, gioco di parole intraducibile tra “ossa da mordere” e “osso di morto”, un biscotto simile all’altro ma chiaro e duro - perché ottenuto con l’albume - insaporito con semi di anice, mandorle o arachidi. Ecco che allora i contadini per il 2 novembre vestivano con la giacca festiva e iniziavano a ripararsi dal freddo. In Istria è attestato l’analogo “Par i santi teîra fora i guanti”, nel Padovano “Ai Santi paletò e guanti”, in altre zone del Veneto “Per tuti i Santi tabàro e guanti”.

 

Kathy Pertiet, “November chrisantemum”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nessun proverbio mente, solo il suo senso inganna.
PROVERBIO ITALIANO

mercoledì 4 novembre 2009

Simonide di Ceo

Poeta lirico greco vissuto tra il VI e il V secolo avanti Cristo, Simonide di Ceo ottenne la fama cantando le vittorie sportive alle Olimpiadi, ma scrisse anche carmi patriottici alla memoria dei morti nella battaglia di Maratona, e degli Spartani caduti alle Termopili. Gli studiosi alessandrini lo collocarono nella lista canonica dei nove grandi lirici, con Saffo, Pindaro e Bacchilide. A trent’anni, nel 526 a.C. fu chiamato alla corte del tiranno ateniese Ipparco. Quando questi fu assassinato, dodici anni dopo, si trasferì in Tessaglia, alla corte degli Scopadi, di lì torno ad Atene durante le guerre persiane per passare poi in Sicilia, a Siracusa e Agrigento, dove morì a ottantatré anni. Un poeta di corte dunque, capace di lavorare su commissione e di piegare la poesia al vento politico del momento.

Simonide canta la “nobile fine” come mezzo per affrancarsi da una vita vissuta con le sue angosce e i suoi rovesci. E lo fa con un pessimismo di fondo quasi leopardiano ed uno scetticismo da filosofo sofista. Celebre è la sua definizione della poesia, citata da Plutarco: “La poesia è una danza cantata, la danza è una poesia muta”.

DUE POESIE DI SIMONIDE

LAMENTO DI DANAE

Quando nell'arca regale l'impeto del vento
e l'acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: "O figlio,
qual pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l'onda lunga dell'acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell'aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno del tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi. Un mutamento
avvenga ad un tuo gesto, Zeus padre;
e qualunque parola temeraria
io urli, perdonami,
la ragione m'abbandona.

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

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Uomo tu sei: e dunque non dire quel che accadrà domani; e se un uomo tu vedi felice, non dire per quanto tempo lo sarà: ché
neanche il volo di una mosca alata è rapido come il destino.
Neppure quelli che vissero un tempo, e furono semidei figli di
dei, giunsero a vecchiaia dopo una vita senza pene e pericoli e
malattie.
Tenue è la forza degli uomini, vani gli affanni: nella breve
vita fatica segue a fatica, e inevitabile su tutti sovrasta la
morte: buoni e cattivi ugualmente l'ebbero in sorte.
Non vi è male che un uomo non debba attendersi: in breve tempo
il dio tutto sovverte.

(traduzione di Giovanni Pascoli)

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Anonimo, “Odisseo segue il carro di Nausicaa”

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LA FRASE DEL GIORNO
La realtà non si rivela che quando è illuminata da un raggio poetico. Tutto è sonno intorno a noi.
GEORGES BRAQUE, Quaderni

martedì 3 novembre 2009

Rapide ombre sull’acqua che scorre

SHAIKH AYAZ

UOMINI

Gli uomini?
Rapide ombre sull'acqua che scorre:
ombre d'anatre volanti. Dove vanno?
Battono, battono le ali;
volano volano; dove?
Sterminata la terra
e infinito il cielo
e la stagione bene adatta al volo.
Come bello il volare, se non fosse…
lontana forse e indistinta,
in agguato,
l'ombra di un cacciatore.

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Il poeta pakistano Shaikh Ayaz, avvocato e vice cancelliere dell’Università Sindh, scomparso nel 1997, è considerato il Pablo Neruda della poesia Sindhi, espressione di un gruppo etnico e sociale dell’omonima regione, distribuito tra diverse religioni, musulmani, zoroastriani, indù e cristiani. Ayaz in questi versi medita come molti altri poeti sulla sorte umana. Se Mimnermo l’aveva paragonata al destino delle foglie, Ayaz coglie la stessa caducità nell’acqua che scorre trascinando con sé le rapide ombre delle anatre. Bella la vita, dice Ayaz, non fosse per il cacciatore che è in agguato e che un giorno colpirà…

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Franz Heigl, “Near Seebruck II”

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LA FRASE DEL GIORNO
È la vita che alla fine gode di tutti noi.
RAMON GOMEZ DE LA SERNA, Seni

lunedì 2 novembre 2009

Alda Merini

“Addio, parola di vetro.
I poeti sono vasi di Murano,
bellissimi da vedere ma delicati nel fiato.
Qualcuno ti ha tolto il respiro,
qualcuno ti ha toccato il cuore”.


Alda Merini si è spenta ieri a Milano. La poetessa era un personaggio inconsueto nel panorama letterario italiano: la sua vita, iniziata nel capoluogo lombardo il primo giorno di primavera del 1931, ebbe una vita tempestosa, almeno fino al termine degli Anni ‘80, quando la legge Bacchelli la fornì di un meritato di vitalizio. La Merini, precoce scrittrice, si vide pubblicate le prime poesie a diciannove anni, grazie a Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti: era il 1950 e vennero incluse nelle antologie “Poesia italiana 1909-1949” e “Poetesse del Novecento”. L’amore agitato con Giorgio Manganelli riporta alla luce i disagi già manifestati nell’adolescenza: dal 1965 al 1972 la poetessa è internata, salvo brevi pause, in un ospedale psichiatrico. Questo spiega il ventennale silenzio tra le prime opere e “La Terra Santa”, la raccolta con cui torna alla poesia e alla vita nel 1984. Sono gli anni in cui Alda Merini vive nella sua casa sui Navigli, dopo due matrimoni e quattro figlie, in stato di emarginazione, accompagnata dai suoi gatti e in condizioni igieniche non ottimali, con la colazione offerta dai gestori del Bar Chimera. Come detto, intervenne la legge Bacchelli a sottrarla al degrado e a consegnarla agli ambienti letterari e al mondo televisivo, a una serenità finalmente raggiunta, non senza qualche atto dell’antica follia, come lo sperpero del prestigioso premio Librex Montale con il trasferimento in hotel e regali agli amici barboni, e con una salvezza cercata nella spiritualità e nella fede.

Così ne traccia il profilo poetico Maurizio Cucchi: “Che fosse una poetessa non c’è dubbio, ma di una specie particolare. E cioè indisciplinata negli esiti, dove sapeva colpire con improvvise immagini vibranti e forti accensioni suggestive, ma dove anche poteva concedere, più o meno consapevolmente, soluzioni piuttosto facili e di non meno facile ascolto”. Proprio la sua ultima poesia, quella dedicata alla scomparsa dell’amico Mike Bongiorno è testimonianza di questo basso livello, del “facile” cui fa riferimento Cucchi, ben lontano dalle vette di altri componimenti.

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Ha nevicato molto sul mio destino
una pioggia torrenziale e felice
come quella dei santi.
Qualsiasi patria mi sarebbe andata bene
ma la grandiosità della follia
è stata il mio maggior culto.
A Torino ho messo radici segrete
ho inventato un comandamento
a cui non ho mai obbedito
e questa disobbedienza segreta
ha fatto fiorire i miei migliori versi.

(inedito per “La Stampa”, giugno 2009)

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Liberatemi il cuore
da questa assurda stagione d'amore
piena di segreti ricordi.
La sua bellezza come un sandalo d'oro
mi ha colpito la fronte
in cima ai miei pensieri.
La sua bellezza, unica al mondo possibile,
e il suo giovane cuore
buttato tra le siepi delle mie povere cose
mi hanno donato la speranza del fiore.
Lui stesso è un fiore, madre,
un fiore di giovinezza,
il fiore del gaudio e del dominio,
il fiore della mia lenta stagione.
Lui stesso è zolla, madre,
ma le zolle vogliono essere fecondate
e io non ho semi.

(da "Ballate non pagate", 1995)

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La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l'anima si getta all'avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come un rigoglio fisso
fin dentro le pareti.

(da “Superba è la notte”, 2000)



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LA FRASE DEL GIORNO
Se il poeta capisse ciò che scrive sarebbe un perdigiorno.
ALDA MERINI, Aforismi e magie

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