lunedì 31 maggio 2010

L’ultimo lembo di sole

GIORGIO CAPRONI

SPIAGGIA DI SERA


Così sbiadito a quest’ora
lo sguardo del mare,
che pare negli occhi
(macchie d’indaco appena
celesti)
del bagnino che tira in secco
le barche.
Come una randa cade
l’ultimo lembo di sole.
Di tante risa di donne,
un pigro schiumare
bianco sull’alghe, e un fresco
vento che sala il viso
rimane.


(da Come un’allegoria, 1936)

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È l’ora dolce e malinconica del crepuscolo quella che il poeta livornese Giorgio Caproni racconta. La sera scende su un borgo sul Tirreno, la spiaggia è ormai quasi deserta e il bagnino sta tirando a riva le barche per la notte. Il colore del mare ha perso la brillantezza che gli conferiva la luce del giorno, ora non è che il riflesso sbiadito negli occhi azzurri dell’uomo. E il sole se ne va lentamente, si tuffa nel mare restando per un momento appeso sugli alberi delle barche come una vela supplementare. L’allegria amorosa del giorno, del pomeriggio caldo, gli schiamazzi, le risate delle donne sono un’eco sensuale che giunge dal ricordo. Ora non c’è altro che un vento salato che solleva piccole onde dalla cresta spumosa.
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Fotografia © Basaglia
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LA FRASE DEL GIORNO
E quanto mai / dolce è per un istante / indugiare allora sul tempo / andato - sul giorno, / in così varie e tante / guerre, vinto oramai.
GIORGIO CAPRONI, Come un’allegoria

domenica 30 maggio 2010

Adélia Prado

Si respira qua e là un’aria alla Emily Dickinson nei versi della poetessa brasiliana Adélia Prado (Divinopolis, 1935), casalinga prestata alla poesia dopo i quarant’anni. Ma è solo l’aspetto esteriore, la tematica di certe poesie ad avvicinarla alla solitaria Emily. La Prado riversa nella sua poetica cose e atmosfere di una donna che cura la casa, che si occupa dei figli e del marito, che sente lo scorrere del tempo, che vive l’erotismo. Donna e madre, donna e moglie, donna e poetessa. La Prado osserva – è quello che fanno i poeti – anzi, setaccia addirittura nel minimalismo quotidiano per trovare qualche cosa degno di essere salvato, di essere raccontato. È una cercatrice d’oro che invece delle pepite va a caccia di emozioni.


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DALL'ANIMA


È nato nel mio giardino un cespuglio
che fa fiori gialli.
Ogni mattina vado lì per sentire il ronzio
dell'insetteria in festa.
Ci sono ronzii di ogni tipo:
di grossi, di sottili, di apprendisti e di maestri.
È zampa, è ala, è bocca, è becco,
è granello di polvere e polline nel falò del sole.
Sembra che l'alberello chiacchieri.


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DOLORI

Oggi mi sono sentita triste,
ho sofferto tre tipi di paura
accresciuti da un fatto irreversibile:
non sono più giovane.
Ho discusso di politica, di femminismo,
dell'opportunità della riforma penale,
ma alla fine dei discorsi
toglievo dalla tasca il mio pezzetto di specchio
e mi si riempivano gli occhi di lacrime:
non sono più giovane.
Le scienze non mi hanno soccorso,
né ho per definitivo conforto
il rispetto dei giovani.
Ho aperto il Libro Sacro
in cerca di perdono per la mia carne superba
e lì era scritto:
"Fu per fede che anche Sara, nonostante l'età avanzata,
è stata capace di avere una discendenza..."
Se qualcuno mi fissasse, ho insistito ancora,
in un quadro, in una poesia...
e fossero oggetto di bellezza i miei muscoli flosci...
Ma non voglio. Esigo il destino comune delle donne sulle tinozze,
di quelle che mai vedranno i loro nomi stampati e tuttavia
sorreggono i pilastri del mondo, perché anche se vedove degne
non rifiutano il matrimonio, anzi trovano il sesso gradevole,
condizione per la normale gioia di legare un nastro sui capelli
e pulire la casa al mattino.
Una tale speranza imploro a Dio.

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CANICOLA

A mezzogiorno, riversa l'amore
i sogni più freschi e intriganti;
sto dove stanno i torrenti.
Attorno alla grande casa spazia un cortile senza recinzione,
pieno di banani, solo banani,
alti come palme.
Arrivo al bordo del mare increspato di correnti,
gorghi azzurri.
C'è un pericolo sotto la fascia esigua
che è di sabbia ed è bianca.
Voglio bracciali
e la compagnia del maschio che ho scelto.


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Adélia Prado


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LA FRASE DEL GIORNO
Mia madre trovava lo studio / la cosa più fine del mondo. / Non lo è. / La cosa più fine del mondo è il sentimento.
ADÉLIA PRADO

sabato 29 maggio 2010

Dice l’amore

ERICH FRIED

È QUEL CHE È


È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l'amore.

È l'infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l'amore

È ridicolo
dice l'orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l'esperienza
È quel che è
dice l'amore.


(da “È quel che è”, Einaudi, 1988)

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“Quel che è” naturalmente è l’amore. Il poeta è Erich Fried, nato in Austria nel 1921 e rifugiatosi a Londra nel 1938 dopo l’Anschluss: là lavorò come bibliotecario, operaio, giornalista e commentatore per la BBC, assumendo la cittadinanza britannica. Fried, morto nel 1988, è stato autore di liriche d'amore, poesie comiche e divertissements, testi sulla natura, versi didattici.
L’amore, dunque, “l’amor che move ‘l mondo e l’altre stelle” e che sembra assurdo se lo si esamina dal punto di vista della ragione, impossibile se lo si considera dal punto di vista dell’esperienza. O ancora fonte di sofferenza se si guarda con la lente dell’interesse o con quella della paura. Eppure l’amore è, coraggiosamente esiste e viene portato avanti da miliardi di persone, contro ogni logica…

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Peregrine Heatcoat, “Rising”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ama, e fa’ ciò che vuoi. 
SANT’AGOSTINO, Trattato sulla prima epistola di Giovanni

venerdì 28 maggio 2010

La rivoluzione della notte

JORGE CARRERA ANDRADE

EDIZIONE DELLA SERA

La sera lancia la sua prima edizione di rondini
annunciando la nuova politica del tempo,
la pochezza delle punte di luce,
le navi che galleggiano nel cantiere del cielo,
il magazzino di ombre del ponente,
i tumulti e i disordini del vento,
il cambio di domicilio degli uccelli,
l’orario di apertura delle stelle.
La morte improvvisa delle cose
affogate nella marea della notte,
le deboli grida d’aiuto degli astri
dalla loro prigione di infinito e distanza,
la marcia incessante degli eserciti del sogno
contro l’insurrezione dei fantasmi
e, sul filo delle baionette della luce, l’ordine nuovo
instaurato nel mondo dall’alba.

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Il poeta ecuadoriano Jorge Carrera Andrade (1902-1978), già apparso sul “Canto delle Sirene” con due poesie sull’umanità, immagina la notte come una rivoluzione e la descrive come un articolo di giornale racconterebbe gli eventi salienti. Seguiamo questa rivolta dal suo apparire: il volo delle rondini che si rarefà nel cielo dove la luce comincia a scarseggiare, il vento che si leva e libera nel cielo le stelle portando gli uccelli nei loro nidi, il buio che scende e porta il sonno e il sogno. Infine, con il ritorno della luce, alle prime avvisaglie del mattino, l’ordine ristabilito di un nuovo giorno…

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Fotografia © PDH Photo

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LA FRASE DEL GIORNO
Io sono l'abitante delle pietre senza memoria, sete d'ombra verde; il popolano di tutti i villaggi e delle prodigiose capitali; sono l'uomo universo, marinaio di tutte le finestre della terra stordita dai motori.

JORGE CARRERA ANDRADE

giovedì 27 maggio 2010

Dell’attimo fuggente

 

L’attimo fuggente, la capacità di cogliere il momento che vola via, è un’ossessione umana che dura da millenni. Non è esclusiva della nostra società ipertecnologica e consumistica dove gli oggetti invecchiano velocemente e le occasioni fuggono al ritmo veloce. E “Carpe diem”, la citatissima frase di Orazio che appare nel film di Peter Weir “L’attimo fuggente”, dove è parte necessaria della narrazione, o nella canzone di Alberto Fortis “La sedia di lillà”, risale a più di duemila anni fa, quando il poeta di Venosa la inserì in una delle sue “Odi” (I,11): “Dum loquimur, fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (Mentre parliamo, l’ora già scorre rapida: cogli il tuo tempo, meno che puoi fidati del domani). Teorizzare il presente, sempre. E accontentarsi di esso. Anche lo scafato Marziale vi si attiene: “Non è da saggio, credimi, dire «Vivrò»: / è troppo tardi vivere domani: vivi oggi” (Epigrammi, I,15). Il greco Pindaro, sebbene autore dei famosi “voli”, ammoniva nelle sue odi a “non guardare troppo lontano” e invitava: “Anima mia, non ti affannare per una vita immortale; / godi i frutti che hai alla tua portata”.

Il concetto oraziano riecheggia nei “rispetti di amore” di Agnolo Poliziano, nel XV secolo: “Usa, madonna, tua bella età verde: chi ha tempo e tempo aspetta, tempo perde” e nei “Canti carnascialeschi” del contemporaneo Lorenzo il Magnifico: “Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non v’è certezza”. E ancora nel canto goliardico medievale “Gaudeamus igitur”: “Godiamo dunque, finché siam giovani” e nell’”Orlando furioso” di Ludovico Ariosto: “Corrò la fresca e mattutina rosa, / Che, tardando, stagion perder potria”.

In tempi più recenti, se per Auguste Villiers de l’Isle-Adam “Bisogna appartenere al proprio tempo”, secondo Giovannino Guareschi in “Don Camillo e il suo gregge” “Fin che c'è il sole godiamoci il sole: apriremo l'ombrello quando si metterà a piovere!”. La chiusa spetta di diritto a un poeta, Dante Gabriele Rossetti, che fotografa la realtà con questi versi fulminei come il lampo del flash: “Il passato è ricordo, il futuro è speranza ed il presente è un attimo fuggente”.

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Immagine © Bruno

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LA FRASE DEL GIORNO
L'attimo della dolce angoscia fuggiva, oh, che altro può fare un attimo? ma il succedente gli succedeva: l'integrale dei fuggenti attimi è l'ora.
CARLO EMILIO GADDA, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

mercoledì 26 maggio 2010

Tanghi, valzer e poesia

La poesia ha molti punti di contatto con la musica e con la danza. Dobbiamo ricordare che agli albori della letteratura, le elegie dei lirici greci venivano accompagnate con il flauto o con i balli. È di qualche giorno fa il ricordo di Edoardo Sanguineti, poeta che ha fuso musica e poesia. Ed è sempre vivo il dibattito sulla questione se i testi delle canzoni possano essere considerati poesia: io, come Luzi, penso che non lo siano.

Ma diamo voce ai poeti: lasciamo che ci guidino con le loro emozioni in questi balli sfrenati, che ci portino nella sala avvinti alla nostra dama o al nostro cavaliere…

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MARIO LUZI

TANGO

Poi sulla pista ardente
lontanamente emerse
la donna spagnola,
era un'ombra intangibile in un soffio
di musiche viola il suo sorriso.

Percepiva l'accento
della notte col senso melodioso
del suo passo e quel ciclo
di libertà inibita era l'evento
triste della sua vita senza scampo.

(da “Avvento notturno”, 1938)

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HERMANN HESSE

GRAN VALZER

Una sala chiara di candele
e suono di speroni e oro d'alamari.
Nelle mie vene pulsa il sangue.
Fanciulla mia, dammi il boccale!
E adesso al ballo! Infuria il valzer;
infiammato dal vino arde il mio petto
avido di ogni piacere non goduto.

Alle finestre nitrisce il mio cavallo.

E alle finestre la notte ammanta
l'oscuro campo. Ci porta di lontano
il vento un echeggiare di cannoni.
Ancora un'ora prima della battaglia!
- Danza più svelto, tesoro, il tempo
dilegua e la tempesta piega i giunchi
che saranno il mio letto questa notte.

Forse letto di morte. - Evviva musica!
Con sorsi ardenti beve il mio sguardo
la bella giovane e rossa vita,
beve senza saziarsi alla sua luce.
Ancora un ballo! Come si estingue con lo splendore
delle candele suono e passione, intreccia mesto
il raggio lunare la sua corona di morti amare.
- Evviva musica! Alla danza vacilla la casa,
strepita concitata la spada alla colonna. -

Alle finestre nitrisce il mio cavallo.

(da “Romantische Lieder”, 1899, trad. Mario Specchio)

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FEDERICO GARCÍA LORCA

DANZA

Nel giardino della Petenera

Nella notte del giardino,
sei gitane,
vestite di bianco,
ballano.

Nella notte del giardino,
incoronate,
con rose di carta
e visnaghe.

Nella notte del giardino,
i denti perlacei
scrivono l'ombra
bruciata.

E nella notte del giardino,
le loro ombre
si allungano,
e raggiungono il cielo
violacee.

(da "Poema del Cante Jondo", 1931 - trad. Lorenzo Blini)


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Juan Roig y Soler, “Due ballerine" spagnole”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma se danza, / vedila! tutta l’armonia del suono / scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso / della sua bocca..
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UGO FOSCOLO, Le Grazie

martedì 25 maggio 2010

Solmi tra i fiori


SERGIO SOLMI

PRATO

Qui dove la vita scuote
impazzita i suoi crotali nel giallo
dei bottondoro,
la campanula oscilla nella sua
delicata vertigine, si screziano
anemoni e narcisi
e acceca il bianco della margherita,
al volo che s’abbatte
delle pulci splendenti si corruga
questa vecchia cotenna della terra,
s’irrita in prato variopinto. Anch’io,
Sole, porto il tuo rosso emblema, m’hai
stampato dentro questa
luminosa fiorita insonnia d’erbe.

(da “Poesie”, 1950)

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Sergio Solmi (1899-1982), poeta reatino, aveva una capacità di esprimere con lucidità l’emozione poetica, di portare alla luce il sentimento con particolare intensità. In questo “prato” fiorito esprime lo slancio verso un’improvvisa liberazione e la felicità di vivere nella condivisione dello spazio naturale sotto l’unico sole. La vita esuberante che si risveglia a primavera trova anche il poeta partecipe di essa, come egli stesso invoca in un’altra poesia della raccolta, “Preghiera alla vita”: “Perché più bruci, per meglio sentire / questo tuo bacio che torce e scolora, / ogni mia fibra consuma al tuo fuoco, / ogni pensiero soggioga ed annulla”.

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Fotografia © Torino Scienza

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LA FRASE DEL GIORNO
Lasciami il delirante desiderio / che si gonfia in miraggi / e il timido sangue che s’agita ad ogni / soffio.

SERGIO SOLMI, Poesie

lunedì 24 maggio 2010

Cos’è la poesia? (XIV)

Un antico proverbio persiano dice: “se mi dai due pani, ne venderò uno e comprerò giacinti per nutrire la mia anima”. Questa è l’essenza della poesia: la bellezza che serve al benessere dell’anima, l’emozione che spalanca i cancelli al sentimento e permette alle nostre emozioni di correre libere come cavalli nella sconfinata prateria.

La poesia è simile alla meraviglia che proviamo davanti a un paesaggio. Ma la sua bellezza non è automatica: in questo caso ha bisogno di un “medium” per rivelarsi, e questo mezzo è il poeta. L’ispirazione che ha guidato il poeta diventa a sua volta ispirazione per il lettore: e, del resto, secondo Gaston Bachelard, “Il poeta è colui che ha il potere di scatenare il risveglio dell’emozione poetica nell’anima del lettore”. Dunque, la vera poesia non fa altro che comunicare tra il poeta che scrive e il poeta che legge, il poeta che è in ognuno di noi: accende l’interruttore e la luce dell’emozione si spande per la mente, la bellezza si diffonde in noi con la sua forza benefica, ci fa prendere coscienza della sua presenza.

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JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

LA POESIA

1

Non toccarla più,
che così è la rosa!

2

Strappo alla radice il cespo,
pieno ancora della rugiada dell'aurora.

Oh che irrigazione di terra
bagnata e profumata,
che pioggia - che accecamento! - di stelle
sulla mia fronte, sui miei occhi!

3

Canzone mia,
canta, prima di cantare;
dà a chi ti ammira prima di leggerti
la tua emozione e la tua grazia;
emana fresca e fragrante da te stessa!

(da "Pietra e cielo", 1919)

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Fotografia © Senet (licenza Gnu)

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LA FRASE DEL GIORNO
Fra l’urlo e il tacere, fra il significato che è tutti i significati e l’assenza di significazione, si alza il testo poetico
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OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

domenica 23 maggio 2010

Gozzano e la cattiva Signorina


GUIDO GOZZANO

COCOTTE

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...

II.

«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì... vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità...

«Una cocotte!...»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l'Isole Felici...
Co-co-tte... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!...»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l'ultimo amante disertò l'alcova...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d'un bacio e d'un confetto,
dopo vent'anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
Da quel mattino dell'infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t'aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state... Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...
Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
Fa ch'io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò; rifiorirà, nell'atto,
sulla tua bocca l'ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.

(da “I colloqui”, 1911)

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C’è tutta la poetica di Gozzano in questa poesia: si può affermare che sia il suo manifesto. Il sogno nutrito d’abbandono, il rimpianto, l’impossibilità di amare, il desiderio per le cose perdute irrimediabilmente e, in particolare, per i tempi spensierati dell’infanzia. “Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state”. Gozzano è l’esule che vive lontano dall’amore e dalla vita, che “solo, gelido, in disparte” osserva e si guarda vivere, cullandosi in quell’impossibilità di aderire alla vita, “l’Inganno che somiglia al Vero”, come lo definisce nei versi espunti nella stesura definitiva.

All’amica Amalia Guglielminetti, a proposito di “Cocotte”, scrive il 23 dicembre 1907: “È un richiamo a una cocotte che conobbi a Cornigliano Ligure, quasi vent’anni fa (del 1889: avevo cinque anni!) Era nostra vicina di casa, perché affittava pei bagni la metà della villa che si affittava noi. Ma il giardino nostro e il suo erano divisi da una cancellata: e fu attraverso le sbarre che mi abbracciò qualche volta, dicendomi “Mon petit cheri!” con un sorriso che ricordo ancora, un sorriso dove piangeva tutta la nostalgia della sua maternità insoddisfatta. Poi i miei se ne avvidero, ne parlarono a tavola, sentii da mia madre la parola cocotte. Da quell’anno non ho più rivista la mia amica francese, la cattiva Signorina. Ho rivisto Cornigliano invece, la settimana scorsa, e il giardino di vent’anni prima e ho sentito un gran bisogno di lei”.

Il bisogno di un’immagine che viene dal mondo dorato e innocente dell’infanzia, che rende pura anche la prostituzione: “Ti vedrò bella, ti rifarò pura” dice un altro verso espunto. Il bisogno di una figura da amare nel sogno, nella vita emotiva parallela che Gozzano si è costruito: lì la “Cattiva Signorina” è in compagnia dell’amica di Nonna Speranza, la bella Carlotta, della ciclista Graziella incontrata nelle “Due strade”, della Signorina Felicita, della “povera cosa che m’ama, / la tanto simile ad una / piccola attrice famosa” che appare in “Un rimorso”.

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Karen Dupré, “My fair Lady" IV”

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LA FRASE DEL GIORNO
Io parlo sovente, forse troppo sovente, della mia infanzia. Ma devo risalire a quell’origine prima, se voglio ritrovare qualche immagine fresca, qualche cosa viva e vera da raccontare.

GUIDO GOZZANO, L’altare del passato

sabato 22 maggio 2010

Glicini e sambuchi

ANTONIA POZZI

ALTURA

La glicine sfiorì
lentamente
su noi.

E l'ultimo battello
attraversava il lago in fondo ai monti.

Petali viola
mi raccoglievi in grembo
a sera:
quando batté il cancello
e fu oscura
la via al ritorno.

11 maggio 1935

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Fotografia © Dapa19 (Licenza Gnu)

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ANTONIA POZZI

LA RAMPA

Vidi un'altissima luna
per dune di nebbia versarsi
in limpidi laghi
d'aria.

E il tuo sorriso mi cadeva in volto,
dall'alto,
da fresche fontane
dentro urne di pietra
grondanti:

mentre ai ginocchi ci serrava l'alito
giovane
dei sambuchi

e profondavano nell'ombra
lunghe scale
di terra.

14 maggio 1935

(da “Parole”, 1941)

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“Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno questa pagina porterebbe il tuo nome” è l’epigrafe posta da Antonia Pozzi prima della sua raccolta di poesie. A quell’amore divenuto impossibile, osteggiato dalla famiglia e troncato improvvisamente dall’amato, alla fine Antonia darà la sua vita, divenuta insopportabile, avvelenandosi.

Quando, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, scrive queste due poesie, ha 23 anni: risalta una delicatezza che si intreccia al dolce clima di maggio, al sentore dei fiori profumatissimi delle glicini e dei sambuchi ma anche a una malinconia latente, alla tentazione per l’oscurità, all’abisso che si spalanca oltre una stradina di montagna.

Fotografia © Jeff Delonge (Licenza Gnu)

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LA FRASE DEL GIORNO
Fo
rse la vita è davvero / quale la scopri nei giorni giovani: / un soffio eterno che cerca / di cielo in cielo / chissà che altezza.
ANTONIA POZZI, Parole

venerdì 21 maggio 2010

I sospiri di Nazik

NAZIK AL-MALAIKA

LA FINE DELLA SCALA

Sono passati dei giorni senza incontrarci.
Tu sei là, dietro il traguardo dei sogni,
in un orizzonte circondato di ignoto.
E io cammino, e vedo, e dormo,
consumando i miei giorni e trascinando il mio dolce domani,
che fugge verso il passato perduto.
I sospiri consumeranno i miei giorni finché tu torni?

(da “Antologia della letteratura araba”)

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Nazik al-Malaika è una poetessa irachena del Novecento che ha innovato la poesia araba d’Oriente introducendo l’uso della strofa libera e svincolandola dal metro e dalle rime della tradizione classica. Nata nel 1922, visse a lungo a Beirut, nel New Jersey, nel Wisconsin e in Kuwait. Da lì, quando Saddam Hussein invase il paese nel 1990, si trasferì al Cairo, dove morì nel 2007.

Questi suoi versi sono un inno all’attesa, nel solco di una lunga tradizione poetica che va da Gozzano al Montale di “In attendere è gioia più compita”. La gioia del desiderio, del tempo sospeso in cui ancora non si è realizzato quello che vogliamo, l’amore che langue nella lontananza, il tempo in cui ci si crogiola anche dolcemente senza avvederci che scorre amaro e inesorabile…

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Edward Hopper, “Summertime”

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LA FRASE DEL GIORNO
E tutt'a un tratto ti ho desiderato qui, vicino a me, con una violenza tale che forse l'avrai sentito anche tu.

ANDRÉ GIDE, La porta stretta

giovedì 20 maggio 2010

Ti amo come se…


NAZIM HIKMET

MOSCA, 1959

Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l'acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

(da “Lettere dal carcere a Münevver”)


“Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” dice il proverbio. Be’, non è vero. Spesso è anzi il contrario: la lontananza, l’assenza funge da carburante per alimentare l’amore. Prendiamo questa poesia di Nazim Hikmet. Lui è esule a Mosca da qualche anno, dopo i contrasti con il governo turco che lo avevano portato a uno sciopero della fame e poi in carcere a Bursa. Sua moglie Münevver e suo figlio non lo hanno potuto seguire. Ed ecco che innalza attraverso la sua poesia il so canto d’amore, che esprime la grandezza del suo sentimento attraverso similitudini. È un amore pieno di desiderio e di sapore, di stupore e di meraviglia, anche di nostalgia naturalmente, di sorpresa e di gioia di vivere nonostante tutto. Perché l’amore vince tutto, come ci ricorda Virgilio.

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Mosca © Gijontour

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore aiuta a vivere, a durare, | l'amore annulla e dà principio. E quando | chi soffre o langue spera, se anche spera, | che un soccorso s'annunci da lontano, | è in lui, un soffio basta a suscitarlo.

MARIO LUZI, primizie del deserto

mercoledì 19 maggio 2010

Edoardo Sanguineti

Edoardo Sanguineti, genovese, classe 1930, è morto ieri all’ospedale Villa Scassi del capoluogo ligure. Poeta, letterato, intellettuale, teorico del “Gruppo ‘63”, professore di letteratura all’Università di Torino, saggista, critico letterario, politico nell’ambito dell’ultrasinistra e famoso per una recente polemica in cui teorizzava “l’odio di classe”: la sua attività è stata multiforme ed è durata fino all’ultimo.

La sua area è stata quella della neoavanguurdia, della poesia sperimentale che prende il linguaggio quotidiano e lo disintegra come uno specchio dell’incomunicabilità della società consumistica (si era parlato di questo proprio ieri, guarda caso, a proposito di Nelo Risi). Con Sanguineti il linguaggio esplode, si riforma, si ridispone disegnando versi che si vestono di satira fino a raggiungere i toni del grottesco e a penetrare nei territori della psicanalisi.

L’esordio avvenne nel 1956 con Laborintus cui seguirono raccolte di singole poesie precedentemente pubblicate: Segnalibro. Poesie 1951-1981 (1982), Il Gatto lupesco. Poesie 1982-2001 (2002) Mikrokosmos. Poesie 1951-2004 (2004). Sanguineti si cimentò anche con il romanzo: Capriccio italiano, 1968 e Il giuoco dell’oca, 1971. E con la musica: famose sono le collaborazioni con Luciano Berio, Andrea Liberovici e Luca Ronconi (per il quale riscrisse l’Orlando furioso). La critica letteraria fu un’altra delle sue molteplici passioni: Dante e Moravia oltre all’amore per Gozzano e la poesia crepuscolare.

 

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Edoardo Sanguineti in una fotografia di Giovanni Giovannini

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BEVEVA, E RIDEVA, E BEVEVA, LA GIORNALISTA GISELA

beveva, e rideva, e beveva,
la giornalista Gisela:
si è divertita enormemente,
alla dotta boutade del mio primogenito malizioso:
un "ist mir vergällt,"

(seguirono chiarimenti intorno all'etimologia
della poesia, figlia della memoria:
perché scrive soltanto chi non sa ricordare,
per non dimenticare).

si è entusiasmata di fronte alle mie lunghe dita,
alla salute di mia moglie,
alla bellezza sensibile del mio terzogenito
che ha fatto la sua minima epifania
nel pieno di una storia di couvades:

(e il secondogenito è rimasto in secondo piano,
un po' in ombra, in un atteggiamento
terremotato, e dolente).

ma nel rapido addio,
quando io, un Liebling der Schnaken,
mi sono travestito come un Liebling der Götter,
è scoppiato il suo complimento di commiato
ma con delicatissime censure:

(per un ipotetico Liebling der Frauen,
in sospensione prematrimoniale);
(e il momento più felice della mia vita,
ho risposto, sono stati tre momenti:
e ho detto quali).

(da “Reisebilder”, 1972)

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QUATTRO HAIKU

1.
sessanta lune:
i petali di un haiku
nella tua bocca:


2.
l'acquario acceso
distribuisce le rane
tra le cisterne:


3.

è il primo vino:
calda schiuma che assaggio
sulla tua lingua:


4.
pagina bianca
come i tuoi minipiedi
di neve nuova:

(da “Corollario – Poesie 1992-1996”, 1997)

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LA FRASE DEL GIORNO
Vivendo per capire perché vivo, / scrivo anche per capire perché scrivo: / e vivo per capire perché scrivo, / e scrivo per capire perché vivo.

EDOARDO SANGUINETI, Il gatto lupesco

martedì 18 maggio 2010

Come un involucro

NELO RISI

DALLE REGIONI DELL’ARIA

Visionando dall'alto la visione
visionando il visionabile in toto
come un involucro
che per meglio differenziare il prodotto
non fa che esprimere maggiormente il vuoto
il mutato non sembra poi mutato
Questo l'antico fogliame? le acque blu?
l'azzurro stemperato? le città
merlate di storia?
Questo l'idioma della quiete?
Questo il colore della totalità?
Si buca
il mansueto chiarore si va
dentro la nuvolaglia
già dove il sole scalda poco
dove il bianco candeggia
dove il verde è bruciato e dove l'acqua è scolo
dove gli uccelli vanno altrove
dove il paese è mortificato
dove i rumori esaltano i nervi come a tante rane
dove i clacson scampanano a morto
dove i polmoni hanno acini di piombo
dove non c'è immagine col suo valore giusto
non una sillaba di cui fruire
dove non si può più convincere
dove occorre sovvertire
dove la gente muore per correre in massa al mare
dove un'auto in pochi metri si mangia la nostra
quotidiana razione d'ossigeno
fate un po' voi il conto del carbonio che disseminano!
E perché l'occhio abbia la sua parte
una ninfetta nuda dentro una sfera di cristallo
in orbita nel suo perielio pubblicitario
prova lacche rossetti deodoranti e assorbenti
tra il disordine oh! studiato
di mini intimi indumenti.

(da “Di certe cose”, 1970)

Di Nelo Risi ho già presentato due poesie che testimoniano la sua attenzione per il fatto civile, per la fotografia di un quadro sociale che si viene formando tramite i versi: l’ossessività morbosa dei mass media in “Telegiornale” e l’alienazione amorosa in “Uno+uno=uno”. Qui ci mette di fronte a una visione dall’alto, ci chiama a distinguere il vero dal falso nell’ipocrisia della società – dobbiamo tenere presente che le poesie della raccolta sono state scritte tra il 1967 e il 1969 e che lo stesso Risi pone come titolo completo “Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa”. Il poeta-medico milanese rifiuta alla poesia la “missione”: il poeta secondo lui “deve ridimensionarsi e muoversi coi piedi ben saldi sulla realtà se vuole ottenere un risultato non effimero”. Quello che egli fa ancorandosi al reale e rifiutando la mercificazione di una società che somiglia troppo alla nostra, quarant’anni dopo…

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Décollage di Mimmo Rotella

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LA FRASE DEL GIORNO
Senza un qualcosa su cui / poggiare, non si può costruire.

NELO RISI, Dentro la sostanza

lunedì 17 maggio 2010

Delle donne belle

Ah, la bellezza, questo “dono degli dei”, per dirla con Aristotele, questa “promessa della felicità” per usare le parole di Stendhal… Ma quando la bellezza si incarna nello splendido corpo di una donna allora può diventare sublime. E suscitare commenti ironici e un po’ invidiosi come questo di Vittorio Buttafava, da “La vita è bella nonostante”: “È bene che le donne belle siano stupide. Se fossero anche intelligenti sarebbe un’ingiustizia”. C’è anche l’altro lato, quello della donna bella che commenta se stessa, Sharon Stone: “Se hai una vagina e un cervello intelligente, allora hai in mano una combinazione invincibile”. E comunque “da una bella donna si tollera tutto” dice Molière nel “Borghese gentiluomo”.

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Olena Popova, Fotografia © InAdv
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E questa bellezza, com’è? Come deve essere? Chi ha stabilito i canoni per giudicarla? È la magrezza, l’altezza, la proporzione? E varia con il tempo? Una volta non era un suo attributo fondamentale una certa rotondità? Prendiamo, nel I secolo dopo Cristo, Seneca: in quella miniera di saggezza che sono le “Lettere a Lucilio” stabilisce anche i criteri della bellezza femminile: “Una bella donna non è colei di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti”. La pensa così anche Catullo, un secolo prima: “Per molti Quinzia è «bella». Per me è «splendida». Alta. Diritta. Accordo sui particolari. Sulla sintesi «bella», no. Il fascino manca”. Armonia e proporzione dunque sono i requisiti fondamentali per la bellezza di una donna. Anche il poeta inglese del Settecento Alexander Pope è d’accordo: “Non è un labbro o un occhio quello che chiamiamo bellezza, / ma la forza globale e il risultato finale di tutte le parti”. Angelo Firenzuola nel Cinquecento scrive addirittura una serie di “Discorsi delle bellezze delle donne” e sta lì a misurare matematicamente: “La fronte ha da essere spaziosa, cioè larga, alta, candida e serena… L’altezza ha da essere tanta, quanta è la metà della sua larghezza: e però dee essere tanto larga quanto è alta una, sicché dalla larghezza si ha a pigliare la lunghezza, e dalla lunghezza la larghezza”. Confesso che mi ci sono perso. Molto meglio John M. Barrie, il creatore di Peter Pan, che in “Quel che ogni donna sa” così la spiega: “È una sorta di fluorescenza in una donna. Se ha fascino, non ha bisogno di niente altro; se non ce l’ha, tutto il resto non serve a molto”.
E per chi non è o non si sente bella? Non c’è nessun motivo di disperarsi: José Ortega y Gasset, filosofo spagnolo del Novecento, afferma con sicurezza che “La bellezza che seduce coincide poche volte con la bellezza che fa innamorare”. E Karl Kraus chiosa: “Ci sono donne che non sono belle, hanno solo l’aria di esserlo”.


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LA FRASE DEL GIORNO
Bellezza della grande arte, bellezza di tutta la gioia, soprattutto bellezza di donna.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Di qua dal Paradiso

domenica 16 maggio 2010

La nostalgia di De Libero


LIBERO DE LIBERO

LETTERA D'ESTATE

Alla cicala delle mie colline
così stordita nella macchia afosa,
voglio tornare alle mie contrade
dove l'ulivo è amico mio celeste.
Con le selve laggiù complotta l'aria
contro i colombi che gelosi vanno
nel cielo innamorato delle rondini:
laggiù cresce la pietra come rosa,
la bella età del giorno si riposa
e in ogni zolla è un seme di furore.
Puledra ondosa della mia pianura,
per acqua e fuoco scalpita il tuo odore
e brulica l'erba, ogni frutto si dona.
Fa luce d'uva e l'arancio straripa
versi di foglie dettando alle strade,
veglia il bufalo con occhi di spiga
e il monte è un mandriano smemorato.
Alla mia lingua spinosa più del cardo
scordata per un'altra così liscia,
voglio tornare alla mia gente amara.

(da "Sono uno di voi", 1963)

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È una dichiarazione d’amore alla propria terra, la Ciociaria, e alle proprie radici questa di Libero De Libero, poeta nato a Fondi nel 1906 e poi trasferitosi a Roma, dove si spense nel 1981 dopo una vita di critico d’arte, insegnante e letterato. Il suo discorso è volutamente scabro, come scabri sono i luoghi che rimpiange, ma vira verso i territori del fantastico e del sogno, diventando ieratico quando inventaria gli oggetti della propria terra, che appaiono come arcane e misteriose divinità: la natura si dispiega con tutta la sua meraviglia, con la sua presenza selvaggia e arcaica. È una poesia di memoria e dolce nostalgia, dove resta, come rilevò Piero Chiara, un “doloroso accento sempre affiorante”.

 

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Fotografia © Antiqua Mens

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LA FRASE DEL GIORNO
Forestiero, il tempo fa montagna / e tu gridi ai suoi boschi e il muro / di casa è lontana bandiera.

LIBERO DE LIBERO, Il libro del forestiero

sabato 15 maggio 2010

Cento anni d’azzurro

 

Cento anni d’azzurro. L’azzurro Savoia delle maglie della nazionale italiana di calcio. In realtà quando giocarono la prima partita, il 15 maggio del 1910 all’Arena di Milano, i calciatori italiani indossavano una maglia bianca, in omaggio alla Pro Vercelli, la squadra che aveva vinto gli ultimi due campionati e che quell’anno sarebbe stata derubata del titolo da un inghippo dell’Internazionale, che buttò alle ortiche il fair play e costrinse i vercellesi a schierare una formazione di ragazzini, essendo impegnati i titolari nel campionato militare.

Comunque quel primo incontro all’Arena fu un successo per l’Italia del calcio: stroncò i cugini francesi per 6-2. Il primo gol lo segnò il milanista Lana, che ne avrebbe realizzati altri due, compreso il primo rigore dato alla nazionale. Sul tabellino dei marcatori finirono anche Fossati, Rizzi, Debernardi e i francesi Bellocq e Dicret. La prima di 378 vittorie in 700 partite (il 54%), con il record di un 9-0 agli Stati Uniti il 2 agosto del 1948 nel torneo olimpico. 185 sono stati i pareggi e 137 le sconfitte: la più sonora un 1-7 patito dall’Ungheria il 6 aprile del 1924, la più clamorosa lo 0-1 firmato da Pak-Do-Ik nell’incontro con la Corea del Nord nei Mondiali inglesi del 1966.

 

Questi cento anni hanno visto gli azzurri trionfare quattro volte ai Mondiali: nel 1934 in Italia, nel 1938 in Francia, entrambe le volte guidati da Pozzo; nel 1982 in Spagna con Bearzot, nel 2006 in Germania con Lippi. E una volta agli Europei, nell’edizione casalinga del 1968, con Valcareggi in panchina e la fortuna di vincere il sorteggio con la monetina a spese dell’Unione Sovietica in semifinale. Nel palmarès anche l’unico titolo olimpico, conquistato dalla squadra di Pozzo nel 1936. In più ci sono le amarezze dei mondiali persi in finale nel 1970 e nel 1994 contro il Brasile e dell’Europeo sciaguratamente regalato ai francesi nel 2000.

La cosa più strana è che il paese si trasforma quando gioca la Nazionale: mette da parte tutti i suoi campanilismi e diventa davvero unito. Per quanto Renzo Bossi e Calderoli dicano di non tifare Italia, nessuno ci crede. Sono tutti lì e tutti spiegano il loro tricolore da Bolzano a Catania, si arriva anche ad applaudire il campione della squadra avversaria in campionato se fa gol. “Con quella maglia addosso non mi sono mai sentito solo” confessa Dino Zoff, il portiere eroe di Spagna 1982 e detentore del record d’imbattibilità con 1143 minuti senza gol tra il ‘72 e il ‘74: è vero, dove non riuscirono Cavour e Garibaldi, ogni due anni riescono i ragazzi che scendono in campo con la maglia azzurra agli Europei e ai Mondiali. E quando giocano all’estero regalano sogni e speranze agli emigranti, un pezzetto di cielo d’Italia è in quell’azzurro che spesso li riempie d’orgoglio, come nel 1973, quando Fabio Capello segnò il gol dell’1-0 che permise alla nazionale di espugnare per la prima volta il tempio dei maestri del calcio inglesi, Wembley, ripagandoli di tante umiliazioni.

E nel prossimo secolo azzurro cosa ci aspetta? Sui risultati non si può dire nulla, ma certo in campo e fuori ci saranno i nuovi italiani, quelli con la pelle scura, quelli con l’accento dell’Est o sudamericano: la squadra è sempre stata lo specchio del paese e le nazionali juniores già ne sono testimonianza.

 

Fotografie (dall’alto): Olimpiadi del 1912, Mondiali 1938, Mondiali 1982, Festa al Circo Massimo per la vittoria ai Mondiali 2006

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LA FRASE DEL GIORNO 
Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. 
WINSTON CHURCHILL

venerdì 14 maggio 2010

Pasolini e i sonetti “anarchici”

PIER PAOLO PASOLINI

COME SE FOSSI APPENA GIUNTO A ROMA

Come se fossi appena giunto a Roma,
e trovassi una immensa città sotto la pioggia,
con quartieri sconosciuti e inconoscibili,
di cui si sanno leggende – o di cui parla

uno dei mille treni o tram che passano lontani,
<appena percettibili>, la cui parabola
si perde su soglie quasi ultraterrene,
non so immaginare in quali strade,

in quali case, con che gente possa
stare uno come te; da dove parta
e dove giunga la tua macchina nel fango;

il forestiero è separato dal tuo mondo
da un inverno piovoso, troppo tiepido per lui,
e si guarda intorno come se atterrito rinascesse.

(da “L’hobby del sonetto”)

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Come poeta Pasolini era uno sperimentatore: cercava nuove strade attraverso la forma e la lingua per dare nuova vita alla poesia, per esprimere in maniera nuova il già detto. Se linguisticamente si affidò al dialetto di “Poesie a Casarsa” (1942) e “La meglio gioventù” (1954), qui troviamo una innovazione stilistica, il sonetto elaborato, non nella sua stesura classica che prevede le due quartine e le due terzine rimate, ma in una forma sostanzialmente libera, anarchica, dove le rime non sono più necessarie e dove neanche l’endecasillabo è più essenziale. Già nelle “Ceneri di Gramsci” del resto aveva giocato con la terzina impura.

Ne escono sonetti “sui generis” dedicati a Ninetto Davoli (questo è quello indicato con il numero 96) nei quali Pasolini riversa il suo dolore, la sua ansia interiore, lo struggimento esistenziale.
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Fotografia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
Sopravviviamo: ed è la confusione / di una vita rinata fuori dalla ragione.

PIER PAOLO PASOLINI, Poesia in forma di rosa

giovedì 13 maggio 2010

Dopo la festa

CORRADO GOVONI

LA TROMBETTINA

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,
c'è la banda d'oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini.
Come nel sgocciolare della gronda,
c'è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell'arcobaleno;
nell'umido cerino d'una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

(da “Quaderno dei sogni e delle stelle”, 1924)

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“Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendichi pittorescamente stracciati e malati, gli autunni malinconici pieni di addii…” scriveva Corrado Govoni a un amico nel 1904. Una predisposizione dunque innata alla malinconia crepuscolare, che resterà sotto traccia anche quando si cimenterà con i temi del Futurismo. La tristezza che segue la festa, il circo, la banda di questa poesia sono dunque consoni alle sue corde, e Govoni ne approfitta per cimentarsi sul tema con la sua predilezione per le analogie, per gli inventari di oggetti, per le immagini evocate.

Questa prolissità è anche il suo limite: l’abbandono gioioso all’immagine è privo della capacità di scegliere, di sottacere, che sarà cara agli Ermetici, cui Govoni apre la strada.

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Raoul Dufy, “Les passants”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ecco è fuggito | il dì festivo, ed al festivo il giorno | volgar succede, e se ne porta il tempo | ogni umano accidente.
GIACOMO LEOPARDI, Canti

mercoledì 12 maggio 2010

Borges e i ricordi impossibili


JORGE LUIS BORGES

ELEGIA DEL RICORDO IMPOSSIBILE

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l'alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d'essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l'esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l'ultima volta
il 14 febbraio del '38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre perdono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un'isola
che ancora non era l'Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l'ho avuta e l'ho perduta)
di una tela d'oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell'immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all'alba,
straziato e felice.

(da "La moneta di ferro", 1976)

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Borges fu poeta negli anni della gioventù e in quelli della vecchiaia, come un serpente che si morde la coda. “Elegia del ricordo impossibile” è naturalmente degli anni più maturi, quando il poeta registra le emozioni della memoria e tenta un bilancio della propria vita. In questi bellissimi versi ripercorre la strada dei ricordi perduti per sempre ma ancora inscritti in maniera residuale nell’anima o nel cervello, un po’ come il virus della varicella che rimane per anni nel midollo spinale e all’improvviso si sveglia generando il famigerato “fuoco di Sant’Antonio”. Sono ricordi di famiglia, come quello della madre ragazza o del padre nell’ultima sera della sua vita. Sono ricordi di antenati coraggiosi come il bisnonno Colonnello Suarez e il nonno Francisco Borges. Sono ricordi di eventi a cui non si è neppure assistito, remoti addirittura come la partenza delle navi danesi nelle saghe nordiche, come la sera in cui Socrate, condannato a morte, si sedette a bere la cicuta. Sono ancora ricordi di altre persone, sono i desideri che non si sono appagati, sono le felicità che abbiamo soltanto immaginato, sono i sogni che abbiamo creduto veri.

Perché Borges, come il Gozzano che non amava che le rose non còlte, ha nostalgia delle strade non prese, della vita che poteva essere e non è stata, del non vissuto: “Dove sarà la vita che non vissi / e che poteva essere mia?”

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René Magritte, “Le blanc seing”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dio o Chissà o Nessuno, non l’oblio / io chiedo ma la sua perenne immagine.
JORGE LUIS BORGES, La moneta di ferro

martedì 11 maggio 2010

Ayrton


MARIO BENEDETTI

REQUIEM PER AYRTON SENNA

Ieri sera, quando ho saputo che Ayrton Senna
si era immolato sul circuito di Imola
mi ha invaso una compassione polverosa,
una tristezza residua

Non ho mai provato ammirazione per la Formula Uno
ma questo paulista temerario ed euforico
che sfidava la morte su bolidi di fuoco
dilapidava un coraggio così terzomondista
che non si poteva che sostenerlo quando per esempio
sottometteva il primo mondo di Alain Prost

Biografia di orizzonti curvilinei
costellata di trionfi in extremis
trascorreva laggiù
caldo di minacce
meteorite terrestre e bruciacchiato
incredulo e credente
spietato e pietoso
artigiano del proprio martirio

intempestivo e drastico
veloce come un singhiozzo
usciva dalla pista e dalla primavera
i sogni si accodavano senza avanguardia
e nessuno potrà più issarli a trecento all’ora
e mentre i professionisti della sensazione ci stordiscono
omaggio e pena ci fanno silenziosi.

(da “Inventario tres”)

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Sono trascorsi sedici anni da quando Ayrton Senna usciva di pista dopo pochi giri nel Gran Premio di San Marino di Formula 1 e il piantone dello sterzo della sua Williams gli devastava il petto. Era il 1° maggio del 1994, una domenica in cui tutto il mondo rimase con il fiato sospeso in attesa di notizie dall’ospedale dove il pilota brasiliano era stato ricoverato. Troppo forte era stato lo choc per chi era davanti ai televisori: il giorno prima, durante le prove di qualificazione, sullo stesso circuito era morto l’austriaco Ratzenberger ma il circus non si era voluto fermare. Lo stesso Senna, prima della gara, aveva deposto un mazzo di fiori nel punto in cui era morto il pilota.

Si era capito subito che il simpatico Ayrton, allegro e triste al contempo come tutti i brasiliani, non ce l’avrebbe fatta. La notizia fatale arrivò in serata, una sera di primavera con le foglie nuove e rigogliose e i fiori ad abbellire i giardini. Sembrava troppo forte e ingiusto quel contrasto: un uomo di 34 anni, bello, ricco e famoso, se ne andava così.

Anche il poeta uruguayano Mario Benedetti fu molto colpito e dedicò a Senna questa poesia, nella quale rivendica anche l’orgoglio terzomondista, la capacità di Ayrton di battagliare con i grandi piloti europei e di sottometterli: celebri furono i prolungati duelli con il francese Alain Prost. Ma tutto passa in secondo piano dietro la scomparsa di un uomo. Restano solo la pena e la tristezza, il dolore e la memoria. Il processo ai vertici della Williams è finito in un nulla di fatto, come spesso capita in Italia, Ayrton invece brilla nel cielo dei miti.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ognuno lascia la vita come se l’avesse cominciata allora.
EPICURO, Esortazioni

lunedì 10 maggio 2010

Bergamo 2010, lunga emozione

C’è voluta più di un’ora per compiere il lungo percorso della sfilata per le vie di Bergamo in occasione della 83a Adunata Nazionale degli Alpini di ieri. Con senso dell’ospitalità, il cielo orobico ha consentito a chi veniva da lontano di sfilare sotto il sole, inondando solo emiliani e lombardi con una pioggia dapprima fine, poi più sostenuta.

I quattro chilometri della sfilata sono stati per me un’ora vissuta come un incessante brivido, una pelle d’oca continua e indescrivibile, una lunga emozione che conserverò tra i miei ricordi più belli. Sfilare tra due ali di folla che inneggia e canta insieme a te nonostante la pioggia è un evento davvero impagabile.

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Preceduti dalla fanfara di Esino Lario marciavamo cantando “Aprite le porte”, “La bandiera dei tre colori”, “Valore alpino” e tutta la città cantava al nostro passaggio. “E la bandie-e-ra dei tre colo-o-ri / è sempre stata la più bella, / noi vogliamo sempre quella, / noi vogliam la libertà, / la libertà, la libertà”, la voce mi si incrinava nel canto, le gocce sulla mia faccia non si poteva capire se fossero pioggia o lacrime. “Ecco l’Italia che vogliamo” titola oggi l’editoriale dell’Eco di Bergamo: è quello che ho pensato sfilando, guardando i volti delle persone assiepate dietro le transenne, incuranti del maltempo, che si sgolavano a incitare e si spellavano le mani per applaudire, le ragazze e i ragazzi che sono rimasti per ore a seguire la sfilata, gli immigrati che si mescolavano ai bergamaschi, ai lombardi, ai piemontesi, ai friulani. È quello che mi sono detto ogni volta che alzavo una mano per salutare chi era affacciato alle finestre, a chi sventolava il tricolore dai balconi, a chi urlava “Viva gli Alpini!” e se era una signora, si rispondeva di rimando “Viva le mamme!”. Un’Italia che sa quali sono i valori da applicare ma che troppo spesso lo dimentica. Non è un caso che gli unici fischi siano venuti quando due politici hanno solo tentato di indossare il cappello alpino non avendone il diritto: il ministro della difesa Ignazio La Russa, arrivato con l’accoglienza delle Frecce Tricolori e partito un’ora dopo per Beirut, e Antonio Di Pietro; “Nooo! Nooo!” si è levato dalle schiere che passavano salutando il Labaro. Mancava l’alpino DOC Franco Marini, bloccato dalla nube islandese, ma per tutte le 12 ore e mezza del corteo è rimasto al suo posto il Carabiniere Giovanardi. A sfilare siamo stati in 100.000 ma in città, tra amici, mogli, fidanzate e simpatizzanti sono affluiti in 500.000.

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Al termine di Via Angelo Maj, dove la sfilata entrava nel suo clou imboccando il lungo Viale Papa Giovanni XXIII, Bergamo mostrava i suoi impareggiabili effetti speciali: sullo sfondo Città Alta con le Mura venete pavesate di tricolori e Porta San Giacomo illuminata di bianco, rosso e verde, più indietro le colonne di Porta Nuova rivestite con i colori della bandiera, ma soprattutto la gente ammassata sulle tribune con impermeabili, giacche antipioggia e ombrelli. È lì che l’emozione ha raggiunto il suo picco: era ormai scesa la sera. E la pioggia, la maledetta pioggia che da tre ore ci inzuppava, ha aggiunto un tocco di magia con i riflessi delle luci sull’asfalto, e un pizzico di eroismo per quanti hanno sfidato gli elementi per rendere omaggio a ciò che il Corpo rappresenta: la memoria storica, la solidarietà, il volontariato. “E gli Alpini dissero: donare vuol dire amare” recitava uno striscione. La gente sugli spalti lo sapeva, e lo sapevano quelli sulle tribune, i politici regionali che molto devono alle penne nere soprattutto in fatto di protezione civile. Faceva un certo effetto vederli ritmare con le mani il nostro passo, le nostre canzoni, con un’allegria che vorremmo vedere più spesso sulle loro facce. Così come l’emozione: è accaduto quando un reduce della guerra d’Abissinia, un novantasettenne di Asiago, ha voluto alzarsi dalla sua carrozzina per compiere a piedi una decina di metri della sfilata davanti al Labaro nazionale decorato da centinaia di medaglie d’oro: per onorare il loro sacrificio, avrà pensato, questo che io compio è solo un piccolo sacrificio, ma non posso fare a meno di compierlo.

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A noi di Lecco, cui è toccato sfilare per ultimi tra le sezioni italiane, un privilegio raro: precedere la sezione ospitante. Dietro di noi si accendeva il boato della folla – quasi un urlo da stadio – all’arrivo dei Gruppi di Bergamo: “Bèrghem! Bèrghem!” si levava dalle transenne, “Bèrghem! Bèrghem!” rispondeva la massa che sfilava in ordinate file da nove, ed erano più di 10.000 gli alpini orobici. Dopo l’ammainabandiera, conclusa la festa e passata la “stecca” a Torino, che ci ospiterà il 6, 7 e 8 maggio 2011 nell’ambito dei festeggiamenti per il Cinquecentenario dell’Unità, è stato il momento di riprendere il treno con un po’ di magone e tornare a casa. E lì sono venute le dolenti note, dalle Ferrovie: treni strapieni e inadeguati, orari assolutamente folli, mancanza di informazioni e maleducazione. La Polizia Ferroviaria ci ha “consigliato” di girare per la stazione e per i sottopassaggi fino all’arrivo del treno, due ore dopo! Non dovevamo intasare l’atrio. Abbiamo telefonato a famigliari e amici per farci venire a prendere in auto. Aspettandoli, commentavamo: certo, se a far funzionare gli apparati statali ci fossero gli Alpini, tutto questo macello non sarebbe accaduto…

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LA FRASE DEL GIORNO
Berghem de sass.
MOTTO DEL GRUPPO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA “BERGAMO”

domenica 9 maggio 2010

La mamma è come il mare

 

JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

MADRE

Giunto, ti dico, madre,
che tu sei come il mare; che sebbene le onde
dei tuoi anni si alternino e ti mutino.
il tuo luogo è il medesimo
al passo del mio cuore.

Non occorre misura
né calcolo per conoscere il cielo
della tua anima;
il colore, ora eterna,
la luce del tuo occaso,
ti rivelano, oh madre, tra le onde,
eterna e nota nel loro mutare.

(da “Diario di poeta e di mare”, 1918)

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Dedico questa poesia di Juan Ramon Jiménez a tutte le mamme, perché conosco quanto amore riversano: “Una mamma è questo mistero: / tutto comprende tutto perdona, / tutto soffre, tutto dona” recitano i versi di una poesia di Francesco Pastonchi. Ed è vero: una mamma è come il mare, sconfinato è il suo amore, per quanti dispiaceri i figli possano darle. E in un sereno tramonto ci accoglierà sempre con il suo abbraccio.

Naturalmente la dedico anche alla mia, insieme alla pianta di gardenie che le ho regalato. Auguri, mamma!

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Gustav Klimt, “Le tre età della donna”, particolare

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LA FRASE DEL GIORNO
Una mamma è come un albero grande / che tutti i suoi frutti ti dà: / per quanti gliene domandi / sempre uno ne troverà. 
FRANCESCO PASTONCHI, Che cos’è una mamma

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